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La povertà sempre più “normale” che mette a rischio il 20 per cento delle famiglie

Autore: Giuseppe Manzo
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Questo è un momento difficile per parlare di povertà nel nostro Paese. Non solo perchè con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina va in onda il racconto di un grande evento sportivo planetario con il portato di immagine e “grandeur” di chi governa. C’è qualcosa di più radicato che sul tema povertà si è insinuato nella società: la normalizzazione dei poveri e di chi è a rischio fragilità sociale.

Lo spiega bene il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà che è una rete di associazioni e organizzazioni che da diversi monitora la situazione e, soprattutto, i dati del nostro Paese. Nell’ultimo rapporto viene fuori una situazione che, incrociando anche altri parametri di sofferenza socio-territoriale, lascia aperta la strada di una profonda preoccupazione se non emergenza per il nostro Paese.

I dati

La ricerca restituisce (Capitolo 1) una fotografia complessa e multidimensionale delle povertà in Italia. Accanto alle famiglie ufficialmente classificate come povere – il 10,9% nel 2024 – emerge una vasta area di fragilità strutturale: quasi il 20% delle famiglie italiane vive stabilmente attorno alla soglia di povertà, tra chi è “appena povero” (circa il 6%) e chi è “appena sopra” la soglia (8,2%). Una condizione di precarietà che espone milioni di persone al rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita.

Il Rapporto mette in evidenza i limiti delle misurazioni statistiche correnti, che non considerano alcune dimensioni cruciali dell’esperienza di povertà: la sua durata nel tempo, l’intensità differenziata, il costo nascosto della deprivazione, il ruolo delle reti familiari e le “zone grigie” tra autosufficienza e bisogno. Ne emerge una lettura della povertà come continuum di situazioni, più che come condizione netta e omogenea.

Particolarmente significativo è il dato sui lavoratori poveri (capitolo 2): nel 2024 oltre il 10% degli occupati in Italia è a rischio di povertà, pari a circa 2,3–2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea. Il lavoro non rappresenta più una garanzia di inclusione sociale, anche a causa del forte calo dei salari reali: –7,5% tra il 2021 e il 2025, il dato peggiore tra i principali Paesi OCSE.

Allarmante anche la condizione delle famiglie con figli. Nel 2024 oltre 1,29 milioni di minori vivono in povertà assoluta, il livello più alto dal 2014. La nascita di un figlio continua a rappresentare in Italia un fattore di rischio di impoverimento molto più elevato rispetto alla media europea.

Il capitolo mostra come la compressione delle spese alimentari, il peso dei costi abitativi ed energetici e l’insicurezza economica incidano profondamente sulle traiettorie di vita dei minori, spesso in modo non pienamente rilevato dalle statistiche ufficiali.

Gli interventi e la narrazione

L’analisi delle misure di contrasto alla povertà (capitolo 3) – in particolare Assegno di Inclusione (ADI) e Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) – evidenzia criticità strutturali nell’impianto e nell’attuazione: forte disomogeneità territoriale, difficoltà di presa in carico personalizzata, scollamento tra disegno normativo e condizioni reali delle persone.

Le politiche, come gli indicatori, tendono a selezionare ciò che viene riconosciuto come bisogno, lasciando scoperte ampie aree di vulnerabilità diffusa e delegando sempre più al terzo settore la gestione delle situazioni più complesse.

L’ultimo capitolo del Rapporto è dedicato al ruolo dei media, che spesso raccontano la povertà attraverso cornici emergenziali e numeriche, faticando a restituirne le cause strutturali e i processi sociali.

Ne emerge un quadro in cui misurazioni, politiche e narrazioni concorrono a definire chi viene riconosciuto come povero e chi resta invisibile nel dibattito pubblico, influenzando non solo la percezione sociale del fenomeno ma anche le risposte istituzionali.

Le proposte

In questo scenario cosa fare? L’Alleanza contro la povertà ha diverse proposte da presentare ai decisori e a chi governa: “superare una visione riduttiva della povertà, riconoscendone il carattere strutturale, relazionale e multidimensionale; rafforzare e integrare i sistemi di misurazione, per intercettare anche le forme di povertà “invisibili” e di lunga durata; ripensare ADI e SFL, migliorando qualità dei servizi, presa in carico personalizzata e governance multilivello; investire su lavoro dignitoso, salari adeguati e politiche familiari capaci di contrastare la povertà minorile; promuovere un racconto pubblico più responsabile e consapevole delle povertà, che restituisca complessità e dia voce alle esperienze reali”.

Almeno servirebbe aprire un tavolo e parlarne, prima che quel 20% diventi il doppio rendendo questo Paese sempre più vecchio difficile da governare.

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