Tor Bella Monaca. Servizio di assistenza domiciliare. Ore 11.
Domenico, 80 anni. Sara, assistente domiciliare Sara arriva a casa di Domenico e resta qualche secondo davanti alla porta. Non suona subito.
Ascolta.
Dentro c’è un televisore acceso troppo alto e una voce che parla da sola. Controlla l’orario. È in anticipo di tre minuti.
Respira.
Nella mente le passa un’immagine che conosce bene: il disordine, la fatica,
l’odore di una vita ristretta all’osso.
Oggi, da dove comincio? si chiede Nel sociale è sempre così.
In salita.
Tra una casa e l’altra, come una scalatrice, Sara deve trovare un appiglio. Anche dove sembra non esserci niente.
Un sorriso dove c’è la depressione. Un angolo di tavolo liberato per fare colazione insieme. Un gesto qualsiasi per trovare la risorsa nascosta.
Sara sa stare lì dentro. Nel disagio. Nell’incertezza. Nell’emergenza.
Non è una vocazione. È il suo lavoro. Una professione vera. Fatta di competenza, attenzione, fatica.
Ma ci sono giorni in cui la salita si fa più ripida. Il fiato si accorcia. E allora la domanda arriva, netta, senza poesia:
Chi me lo fa fare?
La risposta non è eroica. È ostinata. È sapere che, se non entra lei, oggi nessuno entra in quella casa.
È la capacità di riconoscere valore anche quando è minimo, quasi invisibile. È stare dentro una relazione che non ricambia subito, ma che, se la lasci, si spegne. È sapere che, se non entra lei, oggi nessuno entra in quella casa.
È la capacità di riconoscere valore anche quando è minimo, quasi invisibile. È stare dentro una relazione che non ricambia subito, ma che, se la lasci, si spegne.
Sara suona. Nessuno apre. Sara resta lì, anche quando tutto è scomodo, chiuso, poco gratificante.
Aspetta.
Suona di nuovo. Passi lenti. Una chiave gira male.La porta si apre a metà. L’odore esce prima ancora che la stanza appaia.
“Buongiorno, sono Sara.” L’uomo la guarda. Non dice niente. Si gira e rientra. È il massimo che può fare. Sara entra.
Silenzio.
Televisione accesa. Vita spenta. Poi succede una cosa …quasi invisibile. Domenico spegne la tv. Per lui Sara è un appiglio. Può uscire, anche solo per un po’, dal vuoto della sua giornata. E ora anche Sara ha il suo appiglio. Lo stesso di Domenico. Spegnere la tv e tenersi compagnia. È minuscolo. Ma è un passo. Sara lo sa. È da lì che si tiene l’equilibrio.
Fuori, la città va avanti senza accorgersi di niente. Dentro, la salita è appena iniziata. E non si vede la vetta.
Ecco. I servizi sociali sono questo. Appigli minuscoli che tengono insieme le vite. Appigli minuscoli che sono infrastruttura sociale. Il lavoro sociale tiene insieme pezzi di vita che, altrimenti, si romperebbero.






