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UN ANNO DI SCONFINATI: IL FREE PRESS DEI RIFUGIATI ON LINE CON NELPAESE.IT

A un anno dalla sua nascita, il free press di una redazione multiculturale approda on line: da oggi gli articoli saranno pubblicati su www.nelpaese.it. Storie, approfondimenti, interviste e tutto ciò che racconta le vite dei rifugiati e richiedenti asilo sono al centro del progetto finanziato dai fondi europei Fer. All'interno pubblichiamo il primo articolo: intervista a un rifugiato somalo arrivato a Lampedusa nel 2006 e ora residente in Olanda.

 

 

Torino, un anno di Sconfinati. Il Free Press periodico è nato a maggio 2012 all’interno delle azioni previste dal progetto Non solo asilo 3, progetto co-finanziato dall’Unione Europea e dal Ministero degli Interni, Fondo Europeo Rifugiati 2008-2013 a Torino. L’idea è quella di provare a creare un “laboratorio” di persone con lo status di “Rifugiato” o ancora “Richiedenti Asilo” interessate a lavorare insieme alla costruzione di uno strumento di comunicazione che dia voce a chi, per vari motivi, è costretto ad abbandonare il proprio Paese per approdare tra mille difficoltà in Italia. A coordinare il progetto sono Sergio Tosato, operatore di Animaziona Valdocco coop sociale, e Juri Di Molfetta dell’Associazione “A pieno titolo”. Il resto della redazione è composto da Bashir M. Hersi (Somalia), Mariale Colette (Camerun), Sajjad Khaksari (Iran, è anche il fotografo), Ebai Beltus Eyong (Camerun), Zahra Osman Ali. Sono un migliaio le copie distribuite per ogni numero.

“Pensiamo ad un giornale rivolto sia ai Rifugiati che agli Italiani – è scritto nell’editoriale del numero zero - in cui pubblicare articoli scritti e pensati direttamente da chi, in prima persona, vive questa condizione. Crediamo che sia importante che esista un giornale su cui altri Rifugiati possano trovare le informazioni necessarie a orientarsi nella città che li ospita, dove possano leggere i percorsi d’inclusione che altri prima di loro hanno affrontato, ma riteniamo altrettanto importante che gli “Italiani” possano comprendere che cosa succede nei Paesi da cui si scappa, cosa significa affrontare un viaggio così lungo e pericoloso, quali sono le difficoltà e i problemi che quotidianamente chi chiede asilo nel nostro Paese deve affrontare. La sfida di questo “laboratorio” è quella di creare una Redazione “meticcia” composta da Rifugiati, Richiedenti Asilo, Mediatori Culturali e Operatori Italiani, che, appoggiandosi anche a“Vie di Fuga”, riescano a dare vita ad una pubblicazione che diventi un contenitore di esperienze, informazioni, intercultura e che soprattutto sia uno strumento utile ad aprire orizzonti S/Confinati per un mondo Senza Confini”.

Da oggi gli articoli di Sconfinati si potranno leggere anche su www.nelpaese.it. A seguire l’intervista pubblicata sull’ultimo numero. Per saperne di più sul progetto vai su www.nonsoloasilo.org e www.viedifuga.org

 

Un lungo viaggio dall’inferno al paradiso

 Intervista ad un rifugiato somalo di 26 anni che è arrivato a Lampedusa nel 2006 e partito per l’Olanda nel 2008 dove vive tuttora. Uscita nell'ultimo numero del mese scorso a firma di Bashir M. Hersi.

 

 

Quando hai lasciato  il tuo Paese e quali sono state le cause che ti hanno spinto ad intraprendere questo viaggio?

 Non ho lasciato il mio paese ma sono fuggito da esso perché i ragazzi dall’età di 12 anni devono prendere le armi e combattere per i signori della guerra o per gli integralisti, ma io volevo studiare, non volevo uccidere o essere ucciso per niente. Il mio rifiuto comportava un pericolo per la mia famiglia e per me, così all’insaputa di tutti sono scappato nel 2005.

Quali difficoltà hai riscontrato durante questo viaggio?

Il viaggio fino a Lampedusa è stato lungo e per arrivarci ho dovuto attraversare quasi mezza Africa, dovevo muovermi con precauzione perché viaggiavo senza documenti e sprovvisto di visti dei paesi che attraversavo che sono stati: Etiopia, Eritrea, Sudan, Libia. Le difficoltà riscontrate sono state tantissime che non basterebbe un’intervista di una giornata per dirle, ma facendo una sintesi potrei dire che siamo stati venduti e comprati come schiavi, utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, picchiati dai banditi ai poliziotti libici, incarcerati e rilasciati dietro pagamento per poi essere rincarcerati, per non parlare degli abusi e della violenza senza potersi appellare a nessuna autorità per rivendicare i diritti umani.

Quali erano le tue aspettative una volta giunto in Italia?

Dopo un lungo viaggio tra il deserto e il mare, sono sbarcato  a Lampedusa, dove siamo stati accolti in un campo dove c’erano già altre persone giunte in Italia con le barche dalla Libia, siamo stati nutriti e vestiti. Ero una persona fortunata perché ero sopravvissuto alla traversata, mi trovavo in un paese democratico dove non sarei più stato emarginato e schiavizzato. Dopo sei mesi di attesa dell’esito della Commissione alla quale abbiamo chiesto asilo abbiamo finalmente ottenuto il documento tanto atteso che ci avrebbe aperto le porte per rifarci una vita, senza paura di essere ucciso o imprigionato. Ma non sapevo che questo documento mi avrebbe aperto le porte ad una vita incerta e assurda, perché il nostro soggiorno nel campo era finito e dovevo uscire, così mi sono trovato in strada senza conoscere la lingua italiana, senza un sostegno, senza una minima possibilità di inserirmi nella società in cui mi trovavo.

Dopo alcuni giorni di richiesta di aiuto alle istituzioni competenti e ricerca di una soluzione che mi permettesse la sopravvivenza, mi sono trovato a condurre una vita da senza tetto e a chiedere l’elemosina per strada e a vivere una vita disumana. Dopo un anno di questa vita da barbone, ho avuto dei problemi di salute, quali tubercolosi, depressione, irritazione alla pelle causata dalla mancata igiene. Stavo cadendo in un burrone, la mia dignità è venuta a mancare, e ho realizzato che questo tipo di vita non era quella che speravo attraversando i rischi del viaggio tra i pericoli del deserto e l’oscurità del mare per arrivare in Italia, un Paese europeo,  mettendo a rischio la mia vita.   Dopo un anno di questa vita disumana ho deciso di mettere da parte la mia dignità e chiedere aiuto economico per andare in Olanda per chiedere asilo, ero a conoscenza che avendo chiesto asilo in Italia non sarei stato accolto da un altro Paese europeo appartenente allo Schengen, ma non avevo da perdere niente e per la seconda volta ho scelto interrogare la sorte, come avevo fatto precedentemente quando sono partito dal mio paese, la Somalia. Dopo aver ricevuto l’aiuto richiesto ai miei parenti sono partito per l’Olanda e ho chiesto l’asilo.

Come mai hai scelto l’Olanda?

Ho scelto l’Olanda perché ci viveva un mio amico e vicino di casa in Somalia e volevo avere qualcuno che potesse darmi una mano per le informazioni inerenti alla richiesta di Asilo e dove potevo farla. Il primo giorno che ho fatto la richiesta sono stato portato in un alloggio con un altro richiedente, dopo una settimana mi è stato fissato l’appuntamento in Commissione e dopo due settimane sono  stato convocato per ricevere l’esito alla mia richiesta di Asilo Politico. Ero terrorizzato non tanto per il diniego che avrei potuto ricevere ma per l’angoscia di essere riportato in Italia dove non mi aspettava altro se non condurre una vita da barbone. Quando mi sono presentato nell’ufficio, una signora con in mano un foglio è uscita da una stanza venendomi incontro e facendo il mio nome. Non ho risposto subito, ero quasi tentato a dire che non ero io per paura di ricevere il rigetto alla mia richiesta, ma ero l’unica persona che era stata convocata quel giorno così ho dovuto rispondere e la prima cosa che mi ha detto è stato: “Oggi è il tuo giorno di nascita, dimentica tutto quella che hai passato!” Non mi sembrava vero, mi sono sentito come un prigioniero condannato a morte che riceve il condono all’ultimo momento, e come tale mi sono messo a piangere per la felicità, perché non sarei stato riportato o rimandato in Italia, l’incubo del tempo che ci ho passato

Quale situazione vivi ora? Corrisponde alle aspettative per cui ha intrapreso tale viaggio?

Dopo una settimana sono stato trasferito in un appartamento composto da camera da letto, cucina, sala e balcone. Il giorno dopo sono stato iscritto una scuola per imparare la lingua olandese. Nel secondo anno di scuola ho iniziato un tirocinio formativo e alla fine del secondo anno mi è stata attivata una borsa lavoro che è stato poi convertita in un vero e proprio lavoro a tempo indeterminato. Ora sono fiducioso del mio futuro perché mi sento accolto e considerato un rifugiato che ha dei diritti e doveri, e ciò mi dà una spinta ad impegnarmi giorno dopo giorno alla mia crescita, ad inserirmi nella società e condurre una vita dignitosa. Ora non ricevo il sussidio di rifugiato ma un piccolo supporto sull’affitto perché lavoro e studio, non mi mancano le opportunità per crescere e migliorare sempre il mio percorso di vita. Mi ritornano nella mente le parole della signora della Commissione, mi sento veramente rinato da quando sono in Olanda, anche se qualche volta gli incubi del tempo passato in Italia mi disturbano il sonno e penso ai poveri rifugiati ancora intrappolati nelle vane reti burocratiche italiane.

Redazione

 

 

 

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