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MALI, PEACE GAMES: NO AL CONFLITTO, ITALIA RISPETTI COSTITUZIONE

 

 

L'evolversi della situazione del Mali purtroppo apre scenari tutt'altro che positivi per tutta la regione dell'Africa Occidentale. Con il via libera alla guerra, è difficile dare spazio a chi nella società, li e qui, si batte per nuove relazioni di cooperazione e scambio. Ma noi non dobbiamo cedere. Dobbiamo continuare a provare. Come abbiamo sempre fatto in tanti contesti difficili. Dal Libano ai Territori Palestinesi, dal Sahara Occidentale alla ex Jugoslavia. Per la pace - attraverso lo sport per tutti - sempre e a ogni latitudine.

"Provo una sensazione di disagio - dice Daniele Borghi, presidente Peace Games Uisp - di disaccordo con la posizione italiana. La nostra Costituzione non prevede questo tipo di intervento. Non siamo di fronte a un attacco al territorio né ai nostri interessi e quindi non si capisce per quale motivo ancora una volta la diplomazia abbia dovuto cedere il posto alle armi. Per quanto riguarda i motivi del confilitto, è evidente come, da parte della Francia, ci sia il tentativo di tenere il suo controllo nella regione e soprattutto sulle risorse come petrolio, uranio etc. Credo vada espressa con forza la nostra solidarietà nei confronti delle vittime di questo conflitto, penso ai  civili, agli ostaggi e dei loro familiari.
"Purtroppo queste situazione sono il frutto di politiche coloniali che hanno prodotto nei decenni conseguenze nefaste da molti punti di vista - aggiunge Carlo Balestri, responsabile Dipartimento internazionale Uisp - Ora è decisivo rimettere tutto al più presto nelle mani di chi può costruire condizioni per il dialogo. Fare di tutto per costruire concreti e duraturi percorsi di pace.Pperchè violenza può solo generare altra violenza".

Nel giro di pochi mesi, un paese relativamente mite come il Mali, è sprofondato in una dimanica distruttiva. L'Uisp ha percorso le sue strade, da Bamako a Dakar in Senegal con le biciclette della Tour silezioso della solidarietà, per tre anni consecutivi fino al febbraio del 2011 quando i ciclisti del Tour silenzioso hanno aperto la carovana del Forum sociale Mondiale che si celebrava proprio nella capitale senegalese. L'Uisp ha intessuto importanti relazioni di solidarietà e scambio sia in Mali che in Senegal, costruendo un campo sportivo polivalente intitolato a Gianmario Missaglia nel villaggio rurale di Mbam nel ditretto di Foundiougne, portando attrezzature sportive e realizzando corsi di formazione con i tecnici delle leghe Uisp - Attività subacquee, Calcio, Nuoto e Vela -  per la realizzazione di attività di formazione su acquaticità e sport per tutti, dedicando particolare attenzione al tema della sicurezza in acqua e nello sport in generale.
Da allora tante cose sono successe. Non tutte negative. C'è stato il cambio dello scenario politico in Senegal dove il vecchio presidente Wade è stato sostituito con elezioni democratice e partecipate. Di questo cambio sono stati protagonisti i movimenti sociali che organizzarono il Forum Solciale Mondiale 2011. Poi sono venuti i giorni della speranza delle primavere arabe di cui oggi sono ancora molto in forse esiti concreti sia sul fronte sociale che quello dei diritti umani e delle donne in particolare.

Ora, anche se l'intervento militare francese dovesse concludersi in breve tempo - poiché sostituito dalle forze interafricane sotto l'egida delle Nazioni Unite - una prospettiva carica di conflitti è a questo punto molto probabile.
Il mondo, in particolare il nostro occidente "sviluppato" preso dalla sua crisi economica, si occupa sempre meno delle crisi umanitarie di cui il caso siriano è l'esempio più eclatante, e sempre più sceglie la scorciatoia (che tale non è mai sul piano umanitario) dell'intervento bellico. A fronte di tentativi di costruzione di condizioni indispensabili per il dialogo e una soluzione pacifica attraverso il negoziato, l'utilizzo di forze di interposizione, si opta per la via armata. Una via che porta con se tutte le conseguenze di sangue, non solo per i terroristi ma inevitabilmente anche i civili costringendoli alla fuga per mettersi al riparo quando non diventano vittime essi stessi dei colpi delle armi.

Come dice Prodi, che in questi mesi è stato il protagonista del tentativo politico e diplomatico di negoziato per conto della Comunità internazionale, nella veste di inviato speciale dellONU per il Sahel, l'Unione  Europea e l'Italia "si deve curare dell'Africa.e non limitarsi a vederla "come un campo di battaglia da evitare, bensì come un campo di cooperazione su cui investire".

Curarsi, appunto: investire sulla collaborazione e la cooperazione. Deve prevalere la voce della cooperazione, faticosa e lunga ma indispensabile affinché venga meno il terreno fertile per chi invece investe nel terrorismo.


Le conseguenze dirette e collaterali dell'intervento in Libia non nascono e non finiscono con la crisi in Mali. Sono lo spettro attuale che si aggira e colpisce la popolazione civile dei paesi della regione. L'Italia vista anche la storia della Cooperazione Italiana, piuttosto che avventurarsi militarmente, dovrebbe immediatamente investire negli aiuti alle popolazioni. Questo sarebbe anche coerente con la propria presenza di cooperazione nella regione. Dovrebbe presentare un volto dell'Europa di cui i cittadini africani dovrebbero fidarsi. La risposta al terrorismo è l'impegno da parte della comunità internazionale, dell'UE e l'Italia in particolare a investire nella lotta alla povertà, alle sue vere cause che sono ancora tutte dentro i distorti meccanismi economici, commerciali e finanziari, che hanno regolato le relazioni tra paesi ricchi e paesi poveri.

 

Nonostante gli impegni assunti di volta in volta per debellare la povertà, il decennio dello sviluppo prima poi i fatidici Obiettivi di Sviluppo del Millennio mai realmente finanziati, la situazione non solo non è migliorata ma addirittura in molti casi è peggiorata. Ci sono cose che se vogliamo essere onesti, non dobbiamo mai dimenticare: la povertà non è il frutto di un accidente insipegabile. Trova le sue spiegazioni prima in secoli di colonizzazione e sfruttamento delle persone con la deportazione degli schiavi e delle risorse materiali del continente africano e poi nei decenni di politiche del Fondo Monetario Intermazionale e Banca Mondiale. I loro aggiustamenti strutturali hanno infatti, completato  l'opera di impoverimento del continente. A nulla servono anche i cosiddetti aiuti allo sviluppo, se contestuamente si continua ad esigere il pagamento del debito estero dei paesi in cosiddetta via di sviluppo. Con una mano si da e con l'altra si continua a riprendere tutto e con interessi usurai. Questo è il sottofondo che non possiamo dimenticare ogni volta che guardiamo all'Africa. Fare finta di non sapere è da irresponsabili ed ipocriti. Oggi come ieri.

Dall' articolo di Raffaella Chiodo Karpinsky - Peace Games Uisp

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