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STUDENTI AMERICANI VISITANO BENI CONFISCATI

Intervista al docente Alberto Corbino, del corso che ha portato in Italia 13 ragazzi provenienti da diversi atenei statunitensi per studiare le mafie e gli effetti nefasti che producono sul territorio. Un’esperienza nata da un protocollo d’intesa fra l’Arcadia University della Pennsylvania e il Centro Don Milani, che da oltre trent’anni è in prima linea nella lotta alle mafie (nella foto un terreno confiscato)

 

 

Economia del crimine organizzato e dell’innovazione sociale”, il titolo del corso che ha portato in Italia 13 ragazzi provenienti da diversi atenei statunitensi per studiare le mafie e gli effetti nefasti che producono sul territorio. Un’esperienza nata da un protocollo d’intesa fra l’Arcadia University della Pennsylvania e il Centro Don Milani, che da oltre trent’anni è in prima linea nella lotta alle mafie. Corsi teorici a Roma Tre e esperienza sul campo a Napoli e nella Locride, curatore il docente di Economia Alberto Corbino.

Professor Corbino, qual è l’obiettivo del corso?

“E’ ormai riconosciuto che la mafia è un fenomeno internazionale con ramificazioni che vanno ampiamente al di là delle regioni del Sud Italia dove è nata, muove un’economia imponente, eppure nella percezione di tanti negli Stati Uniti resta legata a un’immagine folkloristica, quella che viene rappresentata da film, soap e video games. Scarface e i Sopranos restano per molti studenti americani il modello di una mafia fatta di successo, casinò, donne e belle ville, abbiamo provato a far capire invece come essa sia causa di fallimenti economici, povertà, sofferenza”.

In che modo?

“Li abbiamo portati a toccare con mano il fenomeno proprio dove i suoi effetti sono più evidenti. Hanno risieduto e visitato beni confiscati, conosciuto i familiari di chi ha pagato con la vita per essersi opposto alla prevaricazione del pizzo, visto come un’economia sociale alternativa possa portare a una crescita di territori che la criminalità organizzata trasforma in deserti. A Napoli abbiamo visitato la Terra dei fuochi e illustrato il disastro ambientale che lo smaltimento illegale dei rifiuti produce, siamo stati ospiti delle cooperative Le Terre di Don Peppe Diana per mostrare come sia possibile creare una filiera alimentare sicura proprio dalle ceneri degli imperi mafiosi. Purtroppo lì hanno assistito anche alle intimidazioni di chi vuole fermare questo processo. Nella Locride, invece, hanno conosciuto Salvatore Fuda, tra gli animatori del Centro Don Milani, diventato sindaco a Gioiosa Ionica con una lista antimafia, potendo costatare come il cambiamento sia perseguibile con impegno e coraggio”.

Quali riscontri avete avuto dagli studenti?

“I ragazzi hanno cominciato a interrogarsi su dinamiche che riguardano le città e i territori da cui provengono, si sono ripromessi di tornare e di sollecitare iniziative a sostegno delle realtà positive che hanno incontrato, ma soprattutto hanno compreso un dato sull’economia che in genere passa per secondario: non contano solo i capitali, piuttosto di cosa sono il frutto. I soldi puzzano, o come dicono loro hanno un colore, possono essere sporchi di sangue, e un’azienda di successo va valutata considerando la provenienza del denaro. Quando vedi un genitore piangere il figlio che non si è piegato ai diktat mafiosi capisci che è un approccio fondamentale”.

Il corso verrà replicato?

“Sicuramente. Ha suscitato grande entusiasmo, mi chiedo perché questo tipo d’insegnamento non diventi standard nelle nostre università, sembra che non ci sia un interesse e che il fenomeno non ci riguardi. E nel concreto questo atteggiamento si traduce nel comportamento delle banche che affossano le aziende quando vengono confiscate, abbandonandole a se stesse, mentre appaiono fin troppo disponibili con le gestioni precedenti. Occorre lavorare sull’educazione: continueremo a farlo con gli studenti stranieri e proveremmo a svilupparlo con quelli italiani”. 

Redazione (Dal portale www.napolicittasociale)

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