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POVERA ITALIA: I DATI DI UN PAESE SFIDUCIATO

Istat e Acri in un solo giorno spiegano l'aumento della povertà, soprattutto al Sud, e le condizioni sempre peggiori delle famiglie

 

 

"La recessione ha determinato gravi conseguenze sulla diffusione e sull'intensità del disagio economico nel nostro Paese: dal 2007 al 2012 il numero di individui in poverta' assoluta e' raddoppiato: da 2,4 a 4,8 milioni". È quanto si legge nella relazione dell'Istat presentata al Senato nel corso dell'audizione sulla legge di stabilità. "In particolare, nell'ultimo anno, l'aumento si estende anche a fasce di popolazione che, tradizionalmente, presentano una diffusione del fenomeno molto contenuta grazie al tipo di lavoro svolto”. L'Istat sottolinea che "quasi la metà dei poveri assoluti (2 milioni 347 mila) risiede nel Mezzogiorno (erano 1 milione 828 mila nel 2011). Di questi oltre un milione (1,058) sono minori (erano 723 mila nel 2011) con un'incidenza salita in un anno dal 7 al 10,3 per cento”

 

Per una famiglia su quattro “netto peggioramento” del tenore di vita

Nel 2013 le famiglie colpite direttamente dalla crisi, ossia nei percettori di reddito del nucleo familiare, sono il 30 per cento, con un incremento di 4 punti percentuali rispetto al 2012 (erano il 26%). Sono inoltre il 26 per cento, percentuale uguale a quella del 2012, le famiglie che segnalano un serio peggioramento del proprio tenore di vita (erano il 21 per cento nel 2011 e il 18 per cento nel 2010), mentre quasi la metà degli intervistati (il 47 per cento, erano il 46 nel 2012) dichiara di avere difficoltà a mantenere il proprio tenore di vita. Un italiano su quattro (come nel 2012) pensa di poterlo mantenere con facilità e solo il 2 per cento, cioè 1 italiano su 50, dichiara di aver sperimentato un miglioramento del proprio tenore di vita nel corso degli ultimi dodici mesi: nel 2010 erano il 6 per cento, nel 2011 il 5 per cento, nel 2012 il 3 per cento. A fronte di oltre 40 milioni di Italiani che registrano un peggioramento della propria situazione economica, circa 1 milione di Italiani sta meglio di prima.

Tra coloro che si sono trovati in maggiore difficoltà rispetto al passato quest’anno ci sono i lavoratori direttivi (dirigenti, manager, professionisti e imprenditori): il 24 per cento di essi ha subito un peggioramento (era il 20 per cento nel 2012). Sempre molto difficile è la situazione dei disoccupati e in peggioramento quella dei pensionati (ha sperimentato difficoltà o peggioramenti il 68% di loro, contro il 65% del 2012). Solo in pochi indirizzano il risparmio verso forme di previdenza complementare: vi è iscritto solo il 24 per cento dei lavoratori ancora attivi, anche se ben il 79 per cento di loro pensa che la riforma delle pensioni abbia aumentato il bisogno di aderire a un fondo pensione.

Quale futuro?

Sul campione dell’intera popolazione italiana adulta la quota di Italiani che dichiarano di aver sottoscritto assicurazioni sulla vita/fondi pensione è del 19 per cento ed è costante rispetto al 2012 come quella dei possessori di certificati di deposito e obbligazioni (10 per cento); salgono lievemente i possessori di fondi comuni di investimento (12 per cento), crescono ancora i possessori di libretti risparmio (23 per cento), risultano in discesa i possessori di azioni (dall’8 al 7 per cento) e di titoli di Stato (dal 9 al 7per cento) dopo il ridimensionamento dei rendimenti. Stabilmente elevata è la preferenza degli Italiani per la liquidità: riguarda 2 italiani su 3; inoltre chi investe lo fa solo con una parte minore dei propri risparmi.

Se anziché di investimenti effettuati si parla di investimento ideale, colpisce come continui il crollo della preferenza degli Italiani per il ‘mattone’. Se nel 2006 la percentuale che vedeva nel mattone l’investimento ideale era il 70 per cento e nel 2010 il 54, nel 2011 è scesa al 43, nel 2012 al 35 fino all’attuale 29 per cento: il dato di gran lunga più basso dal 2001. La preferenza per gli immobili scende ovunque nella penisola, ma è nel Sud e Isole che registra il calo più marcato, dal 37% al 28%. Aumenta il numero – raggiungendo il nuovo massimo storico del 34% - di coloro che reputano questo il momento di investire negli strumenti ritenuti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di Stato), soprattutto nel Nord Ovest. L’indagine mostra che continua a crescere la fiducia sulle prospettive future dell’economia europea, con i fiduciosi attestati al 37 per cento e i pessimisti al 23 per cento, e nell’economia mondiale; mentre diminuisce quella nel Paese: meno di 1 italiano su 4 è fiducioso sul futuro dell’Italia (24 per cento), 1 su 2 è sfiduciato (47 per cento), il 24 ritiene che la situazione rimarrà inalterata, il 5% non sa cosa pensare. Gli sfiduciati sopravanzano quindi di 23 punti percentuali i fiduciosi; lo scorso anno, invece, la distanza era minima (5 punti percentuali).

Giovani senza speranza?

Riguardo alla fiducia nella propria situazione personale è da registrare il crollo fra i giovani (18-30 anni): fra questi gli ottimisti sono scesi in un anno dal 24 per cento al 4. Nel complesso, il pessimismo è superiore al 2012, ma risulta assai inferiore a quello del 2011 (ove i pessimisti sopravanzavano gli ottimisti di 14 punti percentuali). Gli Italiani ritengono che gli elementi cardine per una nazione che voglia progredire siano primariamente il senso civico e il rispetto delle regole da parte di cittadini, istituzioni e imprese (per il 67% è fondamentale), la scuola, l’università e la ricerca scientifica (fondamentali per il 66%), ma anche un sistema giuridico efficace con leggi chiare (fondamentale per il 60%), manager e imprenditori capaci (45%), una classe politica con una visione strategica (43%), un sistema bancario efficiente (42%), il risparmio (fondamentale per il 25%, assai importante per il 56%). Per quanto riguarda la fiducia nell’Unione Europea i fiduciosi (54 per cento) prevalgono ancora, ma sono in costante calo, persino presso i lavoratori direttivi, solitamente i più europeisti (i fiduciosi sono il 48% rispetto al 56% del 2012). Anche riguardo all’Euro diminuisce il numero di coloro che sono convinti che essere ancora nella moneta unica tra 20 anni sarebbe un vantaggio: scendono dal 57 per cento al 47 per cento; crescono invece dal 28 al 39 per cento coloro che pensano sarebbe uno svantaggio.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

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