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SURVIVOR, UNA SQUADRA AFRO SOGNANDO DROGBA

Nel quarto numero di Sconfinati intervista a Gilles Alchar Maolonga Batala, studente universitario e capitano-allenatore di Survivor: una squadra composta da immigrati africani, dal Camerun al Congo passando per la Nigeria. Il team di Torino è in testa alla classifica e potrebbe vincere il campionato di categoria.

 

Dal quarto numero di Sconfinati, la redazione multietnica di Torino: nelpaese.it rilancia on line gli articoli usciti sul quarto numero del free press.

 

Gilles è elegante e il suo fisico sportivo cattura l'attenzione di quelli che hanno la fortuna di incontrarlo sulla propria strada. Senza alcun dubbio questa è una eredità del suo paese di origine, il Congo. A parte queste qualità,  Gilles Alchar Malonga Batala ha conquistato la fiducia dell'allenatore della squadra di calcio che riunisce la maggior parte degli immigrati africani, grazie al suo senso di responsabilità, la maturità e il carattere calmo. Il ventisettenne studente della facoltà di Chimica presso l'Università di Torino è il capitano di questa squadra che è in testa alla classifica della sua categoria e potrebbe vincere il campionato.

Sconfinati: Survivor è il nome della vostra squadra, ti senti come un sopravvissuto?

Gilles: No, non mi sento realmente un sopravvissuto. Oltre al fatto che riceviamo alcuni aiuti da parte dei responsabili, questo non mi fa sentire in alcun modo un sopravvissuto.

 Esiste l'opinione diffusa, dovuta dal fatto che il continente africano è piagato dalle guerre,  che ogni africano abbia lasciato abbia una storia di fame e povertà. Il nome della squadra potrebbe significare che i giocatori hanno lasciato i loro rispettivi paesi a causa di una di queste ragioni?

Non è il mio caso. Io non sono un rifugiato politico. Non ho lasciato il mio paese a causa della guerra. Io sono venuto in Italia per studiare. Sono arrivato nell'agosto del 2008 e poi ho dovuto confrontarmi con alcune difficoltà legate ai miei studi, come le barriere linguistiche e la mancanza di soldi. Quando ho parlato di questi problemi con un mio amico congolese che vive a Torino, lui mi ha detto dell'esistenza di questa squadra di calcio chiamata Survivor. Mi ha consigliato di contattare i responsabili della squadra perché stavano cercando giocatori. Ho accettato e più avanti ho avuto un incontro con i dirigenti che ci hanno spiegati gli obiettivi di questa nuova squadra. Il focus di quel giorno era “Aiuta quando è possibile”. Ce ne hanno parlato per farci capire che la squadra avrebbe potuto aiutare chi era in difficoltà, specialmente per quanto riguarda l'abitazione, il cibo e i soldi. Non sono entrato in squadra per questo. Io sono in squadra perché il calcio è la mia passione. Ero andato a quella riunione per saperne di più sulla squadra. Nel mio club precedente l'integrazione coi compagni era difficile, così me ne sono andato e sono entrato nei Survivor, che sono composti principalmente da giocatori africani e solo pochi italiani. Ci sono giocatori dal Camerun, Costa d'Avorio, Ghana e Nigeria. Una volta entrato in squadra ho dovuto impegnarmi per venire confermato. Molto giocatori hanno dovuto lasciare perché non si sentivano a loro agio con i ruoli e le regole della squadra. L'inizio è stato molto difficile. Ho continuato perché il calcio è la mia passione. A dispetto dei problemi economici a cui dovevo fare fronte, non ho mai chiesto aiuto ai dirigenti della squadra. Ma in seguito, mi hanno aiutato a pagare i libri di testo, rinnovare il permesso di soggiorno, pagare medicine e tasse scolastiche. Allo stesso modo vengono aiutati i rifugiati politici in squadra. Come membro della squadra sono consapevole di tutti gli scambi di aiuto che hanno luogo. I dirigenti aiutano i rifugiati ad avere casa, lavoro e cibo. A parte il calcio, c'è un vero e proprio servizio sociale nella squadra. Non siamo pagati, ma quel che riceviamo non può essere quantificato.

Raccontaci dell'atmosfera in una squadra con giocatori provenienti da diversi paesi...

In squadra c'è perfetta armonia, ci capiamo nonostante le le barriere linguistiche. Usiamo l'itano per comunicare meglio tra noi. È vero che non abbiamo ancora una buona conoscenza della lingua, ma ugualmente cerchiamo di aiutarci l'un l'altro. Non contiamo solo sull'aiuto dei dirigenti.

Che tipo di assistenza?

Per esempio, può capitare che qualcuno di noi ospiti un membro della squadra mentre è in attesa che i dirigenti gli trovino un'abitazione. Questo è spirito di solidarietà! Discutiamo molto dei nostri problemi. Fuori dal campo ci vediamo con difficoltà, ma quando ci incontriamo c'è sempre felicità e pace.

Tra voi ragazzi discutete anche dei problemi che riguardano l'Africa? Dei problemi politici, ad esempio?

Non mi interesso di politica. Discutiamo di quel che riguarda la nostra vita qui in Europa. Spesso ci diciamo: se fossimo arrivato in Europa prima forse saremmo diventate stelle del calcio. Comunque siamo felici di quel che stiamo facendo ora.

Perché hai scelto i Survivor piuttosto che un'altra squadra?

Ho scoperto i Survivor nel 2010...

E a quei tempi avevi l'ambizione di diventare un calciatore famoso?

Certo! E anche adesso ho la stessa ambizione. Fin da giovane la mia ambizione è stata quella di diventare un calciatore. Ho iniziato a giocare a 5 anni. Sfortunatamente, non ho mai avuto la possibilità di giocare né nella prima né nella seconda squadra del mio paese. Ho giocato con gli amici nella squadra di calcio del mio quartiere, ma le mie capacità non sono mai state riconosciute dalla federazione calcio del Congo. Ero scoraggiato. Arrivato in Europa ho avuto l'ooportunità di giocare con altre squadre, per esempio nel Cenisia, che è una squadra con una buona reputazione e avrebbe potuto aiutarmi a crescere. In seguito ho provato con il Bacicalupo e i dirigenti volevano tesserarmi, ma non mi trovavo a mio agio con i compagni di squadra. Alla fine ho scelto di giocare con la squadra nazionale congolese a Torino, con cui ho partecipato a differenti competizioni, come il Balon Mundail e un campionato AICS. Poi sono passato ai Survivor, con cui spero di creecere professionalmente.

Hai notato cambiamenti nella tua carriera da quando sei passato ai Survivor?

C'è una evoluzione costante. Quando giocavo con le altre squadre ero costantemente a disagio, percché la mia integrazione era molto difficile. Con i Survivor l'integrazione è stata spontanea e facile (sorride). Non so se fosse un problema di razzismo nei miei confronti, ma non credo. Nei Survivor ci sono italiani e africani. Tornando alla mia crescita, i nostri allenatori italiano ci stanno insegnando tattiche che non conoscevo prima. Sono convinto che le mie conoscenze del calcio siano migliorate grazie a loro.

Quindi, il tuo sogno resta quello di diventare un calciatore internazionale?

Perche no! Ho ancora quel sogno e sono ancora convinto che posso farcela. Non sono pessimista. Nonostante la passione per il calcio, resto ambizioso. Non credo che sia troppo vecchio per i miei sogni. Non è mai troppo tardi per avere successo nella vita. Forse non arriverò ai livelli della star del Camerun come Samuel Eto'o o l'ivoriamo Didier Drogba, ma voglio arrivare a giocare in una squadra conosciuta e mostrare al mondo il mio talento.

Forse speri giocare nella Juventus o nel Toro?

(ride) La Juventus non è mai stata la squadra dei miei sogni, ma se mi chiamassero a far parte del gruppo non esiterei.

Sei il capitano della squadra e anche uno studente universitario, come concili le due cose?

Non ho lezione tutto il giorno. Generalmente le mie lezioni sono in programma tra le nove e l'una, mentre ho allenamento due volte alla settimana tra le otto e mezza e  le dieci di sera. Quindoi ho abbastanza tempo per studiare e giocare a pallone.

Survivor è in testa alla classifica nella sua categoria. Qual è la vostra strategia?

Come in ogni squadra di calcio il nostro segreto è l'allenamento. Non c'è niente di magico. Personalmente, se non mi alleno mi sento debole e psicologicamente giù.  Quindi dobbiamo allenarci bene per essere in forma. A parte l'allenamento, abbiamo allenatori in gamba. Il nostro allenatore principale, Christian Stellini era l'assistente allenatore della Juventus. Ci insegna un sacco di cose che ci aiutano a giocare come professionisti. Noi impariamo e cresciamo, questo è il nostro segreto!

Buona Fortuna!

Grazie.

 

Mariale-Colette Meffire

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