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PONTICELLI, IL RICORDO DEL POGROM 5 ANNI DOPO

 Giornata di mobilitazione delle associazioni per gridare: "Mai più fuoco sui campi rom"

 

 

Un'intera giornata dedicata alla memoria e per gridare "mai più". Ieri a Ponticelli, quartiere della periferia est di Napoli, le associazioni hanno celebrato il Pogrom di cinque anni fa: centinaia di rom cacciati dal quartiere e i campi dati alle fiamme per intere settimane. Arcimovie, Terra di confine, Nea e Comunità di Sant'Egidio hanno aperto le porte del cinema Pierrot a studenti, cittadini e agli stessi rom che sono tornati in quella periferia. 

Sul grande schermo è stata proiettata l'intervista "Angelica torna a Ponticelli e racconta la sua verità", pubblica su fanpage.it lo scorso agosto: è l'unica testimonianza diretta della giovane accusata e condannata del presunto rapimento di un neonato, episodio che fu la miccia della settimana di violenza nel maggio 2008 contro i Rom. E successivamente è giunto l'appello di Alex Zanotelli: “Dobbiamo unirci tutti, associazioni e cittadini, per fare rete e portare questa situazione all’attenzione delle istituzioni, la nostra collaborazione può essere preziosa per favorire convivenza”.

Cosa scatenò quella rabbia popolare? Come mai quei rom furono cacciati dai terreni di via Argine? Ci fu regia criminale o solo il seme di una recrudescenza xenofoba? E adesso? Dove sono quei rom? Ecco come la nostra collega Maria Nocerino ha ricostruito quella vicenda per l'agenzia stampa Redattore Sociale: 

Un ruolo della camorra?

Restano ancora molti interrogativi su quella notte del 14 maggio. Diverse le interpretazioni che sono state date per spiegare i roghi dei campi rom di Ponticelli, tutte però concordi nell’affermare che in quell’area si concentrasse un groviglio inestricabile di interessi, mossi dalla volontà di liberare la zona per renderla edificabile. 
Sulla vicenda non si è tuttora giunti a un punto sotto il profilo giudiziario. Non sono state accertate le responsabilità della camorra, che pure, secondo le ricostruzioni, avrebbe voluto speculare sul risanamento urbano della zona e avrebbe avuto un ruolo cardine anche nell’appiccare il fuoco. Secondo il racconto che ne fa Emiliano Di Marco (Global Project, 5 febbraio 2010) “dalle indagini condotte dalla Digos di Napoli, coordinate dal pm Luigi Musto, non si trattò di una protesta casuale. Tra le immagini riprese dalla polizia scientifica è emerso con chiarezza il ruolo svolto da alcuni pregiudicati affiliati del clan Sarno nell’aizzare la folla”. 

“O li spostate o li incendiamo”

Fatto è che gli episodi di quel maggio del 2008 – apparentemente scatenati dal “tentato rapimento” di una neonata da parte di una ragazza rom (vedi lancio successivo) – sono da inquadrare in un preciso clima politico di razzismo e intolleranza, fomentato anche da alcuni consiglieri municipali del centrosinistra. Come ha evidenziato il giornalista Giuseppe Manzo nel suo libro ‘Scripta’: “Il due aprile il consiglio municipale tiene una seduta monotematica sul bando edilizio, con la presenza dell’allora assessore comunale alle politiche sociali Giulio Riccio e di un centinaio di cittadini inferociti. Dopo pochi minuti volano parole grosse. ‘Caro assessore, o li spostate o li incendiamo!’. La minaccia arriva da un consigliere del Pd”, lo stesso partito che poco tempo prima aveva realizzato manifesti razzisti proprio contro i rom, rivendicati poi dal capogruppo del Pd alla regione Campania ancora in carica, Giuseppe Russo. Difficile dimostrare le responsabilità, dirette o indirette, che avrebbero contribuito ai roghi di quella sera. Di fatto, gli unici ad essere arrestati nel dicembre 2008 furono due incensurati, Gennaro Cozzolino, 26 anni, e Massimo Ascione, 18, entrambi residenti nel quartiere di Ponticelli, incastrati dalle telecamere: sarebbero stati loro gli “esecutori materiali” dell’incendio. Ma per il resto il quadro che emerge è quello di una sostanziale impunità.

Dove sono andati i rom di Ponticelli?

Non solo i campi bruciati e rasi al suolo, ma anche la paura dopo quel 14 maggio 2008 spinsero i rom alla fuga. Non andarono molto lontano, però. Come spiega Antonio Romano, operatore della Caritas di Ponticelli: “Abituati a spostarsi, sono rimasti nei paraggi, solo alcune giovani famiglie sono andate verso il centro. La maggior parte è andata nelle vicine Poggioreale, Gianturco, ma sopratutto a Barra, quartiere che confina con Ponticelli e in cui l’insediamento rom è più stabile; altri ancora sono rimasti più o meno dove erano, sotto il cavalcavia di via Argine. Solo una minima parte è rientrata in Romania, ma si trattava di persone soprattutto che lo aveva già deciso da tempo”. 
Al momento attuale, secondo il rappresentante della Caritas, nei due campi rimasti a Ponticelli vivono circa 200 persone, altre 400 nel campo Gianturco, in cui il numero è aumentato a seguito dello sgombero del vicino parco della Marinella, circa 500 a Barra. Le condizioni igienico-sanitarie dei campi restano precarie, ma i rom adesso stanno meglio, come testimonia Ionut, del campo di Ponticelli: “Ora siamo più tranquilli, ci lasciano in pace, ci sentiamo anche più tutelati”. 
“Esistiamo anche noi – sottolinea Ivo Bajramovici, del Forum Campania Rom - non siamo solo delinquenti, non siamo ladri di bambini. È una cosa assurda: perché dovremmo? Alcuni di noi hanno anche 10 figli, le nostre donne partoriscono molto giovani. Ma rimaniamo invisibili, diventiamo visibili solo quando ci devono arrestare o accusare di qualche reato”. E che ne è stato dell’area in cui si trovavano i campi che sono stati incendiati? In quelle strade, che avrebbero dovuto rappresentare l’oggetto del contendere, ora c’è solo erbaccia, niente di più.

“Può ancora succedere”

A sentire le associazioni, Nea, Arcimovie, Comunità di Sant’Egidio, Caritas, che da anni lavorano sul territorio, l’esplosione di violenza xenofoba di cinque anni fa non sembra avere alcuna giustificazione. Tutto andava liscio, tanto più che l’insediamento rom a Ponticelli era relativamente recente. Il legame di solidarietà che lega le organizzazioni ai cittadini, napoletani e immigrati, del quartiere, non si è mai interrotto. “Noi ci siamo sempre stati, anche adesso che la questione rom sembra essere stata dimenticata – commenta Roberto D’Avascio, responsabile dell’Arcimovie – In realtà è soltanto più nascosta, perché i rom si sono spostati, ma questo non significa che il problema sia risolto. Dai roghi di Ponticelli ad oggi non è successo nulla, tutto langue nell’indifferenza più totale. Questa iniziativa deve essere un monito: perché quello che è successo allora può ancora succedere”. 
“Siamo qui oggi per due motivi – spiega ancora Stefania Picardi, della Comunità di Sant’Egidio di Ponticelli – Primo: per non dimenticare quello che è successo; secondo: perché alcuni dei bambini che adesso si trovano qui, allora sono stati spettatori dell’incendio e devono sapere sin da ora che è possibile convivere pacificamente. È questo il messaggio che cerchiamo di dare tutti i giorni attraverso la Scuola di pace, che accoglie due volte alla settimana 20 bambini, tra italiani e immigrati”. 

I bambini rom vanno a scuola

Tra i bambini ospitati dalle educative territoriali gestite dall’Arcimovie e dalla Scuola di pace di Ponticelli cinque anni fa c’erano anche i piccoli rom dei campi di via Wolf, via Malibran e via Argine. Ed è sempre nel quartiere orientale di Napoli che ogni giorno i volontari dell’associazione Nea vanno a prendere i piccoli rom per accompagnarli a scuola, al 69° Circolo di Barra. Lo fa con proprie risorse, come spiega Marisa Esposito, presidente dell’associazione nonché preside della scuola: “Cosa avrebbero fatto senza di noi? I bambini rom hanno bisogno di un accompagnamento e un supporto costanti, già è stata una piccola rivoluzione culturale convivere le mamma, queste donne caparbie, che alla fine hanno avuto la meglio sui loro mariti e hanno creduto fortemente nel valore della scolarizzazione”. Dal palco del cinema Pierrot di Ponticelli anche l’appello di Alex Zanotelli: “Dobbiamo unirci tutti, associazioni e cittadini, per fare rete e portare questa situazione all’attenzione delle istituzioni, la nostra collaborazione può essere preziosa per favorire convivenza”.

Redazione (Maria Nocerino Redattore Sociale)

 

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