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NONCELLO: NEL NOME DI BASAGLIA, "SI PUO' FARE"

Rubrica Cooperatori coraggiosi - Coop Noncello: un pezzo di storia della psichiatria in italiana

 

Per la rubrica Cooperatori coraggiosi ecco il colloquio tra Maurizio Cocchi e Stefano Mantovani, presidente della coop sociale che ha ispirato il film "Si puo' fare" con Claudio Bisio protagonista. 

 

Anche con Stefano Mantovani, presidente della cooperativa Noncello, ci contattiamo via Skype e subito avvertiamo l’esigenza di ribadire la nostra amicizia, forte nelle sentire, debole nella frequentazione. Una comunanza di idee maturata nelle riunioni e nei convegni di Legacoopsociali, ma mai cementata col prosciutto d’oca delle osterie friulane o con i tortellini delle trattorie della campagna bolognese. Gli chiedo di fare un po’ di storia della cooperativa Noncello, per i più giovani di noi che non hanno vissuto il periodo pionieristico della cooperazione sociale.

La cooperativa nasce prima della 381, all’interno del percorso basagliano delle varie cooperative sorte in ambito psichiatrico. Nasce in stretta collaborazione con la psichiatria di Pordenone e la prima sede di Noncello è all’interno del Centro di Salute Mentale di Pordenone. In quel periodo nascono diverse cooperative che fanno riferimento ai vari CSM.

Negli anni ’90 inizia la seconda fase, in cui si sceglie di uscire dai rapporti assistiti delle pubbliche amministrazioni e andare sul mercato con una struttura aziendale, come una normale multi servizi, mantenendo però al suo interno il 30% di inserimento lavorativo. Tale strategia ha successo e la cooperativa cresce notevolmente, arrivando a sfiorare i mille soci lavoratori al suo interno.

“Dal 2000 in poi subentra una nuova fase, in cui la Noncello incontra difficoltà a rapportarsi al mercato: i competitor aumentano, i bilanci pubblici sono sempre più carenti, la concorrenza diventa sempre più pesante. E negli enti pubblici diminuisce la sensibilità al dialogo con la cooperazione sociale, diminuisce la volontà di creare rapporti commerciali sul territorio che favoriscano l’inclusione sociale di soggetti svantaggiati. Inizia un percorso di espulsione dal mondo del lavoro dei soggetti più deboli. Io lavoravo in altre cooperative sociali, nel 2003 sono arrivato qui e nel 2009-2010, momento di massima criticità della cooperativa, abbiamo avviato una nuova fase, in cui sono diventato presidente, di ridefinizione del core business. Se ieri gestivi un lavoro, riguardante le pulizie o i trasporti, il verde o i rifiuti e ti pagavano 10, oggi per lo stesso lavoro ti pagano 8. Il ricarico sui costi generali, il valore del margine operativo, perde dai 3 ai 5 punti percentuali, questo è un dato inquietante che ci crea difficoltà nel fare inserimento lavorativo. E a noi interessa la gestione di un’economia sociale possibile, per cui stiamo tentando di ridiscutere con gli enti pubblici, per costruire un nuovo modello di gestione e una strategia, per continuare ad essere un partner nell’economia sociale”.

Ad un certo punto siete stati criticati, perché accusati di essere diventati una cooperativa troppo grande e potente che negava le sue origini.

“Alla fine degli anni ’90 si era aperto un dibattito che sosteneva il concetto del “piccolo è bello”, di un’economia diffusa fatta di tanti piccoli centri. Peccato che in quel periodo il mercato andasse in direzione contraria! Oggi, nonostante i nostri 10 milioni di fatturato, siamo una cooperativa piccola rispetto alle necessità di mercato e grande rispetto alla gestione dell’inserimento lavorativo e dei bisogni ad esso correlati: questa è una contraddizione.

Anni fa avevamo un core business importante legato alle pulizie sanitarie degli ospedali. Fino a cinque anni fa c’erano gare d’appalto per singolo ospedale, oggi le gare sono quasi a livello regionale, dove una cooperativa come la nostra, se riesce a partecipare, lo fa in subappalto. Per rimanere sul mercato, oggi bisogna individuare strategie per comporre massa critica e contemporaneamente dobbiamo molecolarizzarci al nostro interno e ricostruire dei rapporti capillari rispetto ai centri operativi, dove vivi la quotidianità vera degli inserimenti  lavorativi. In questi anni abbiamo dato valore a sedi locali, costituito assemblee di zona, siamo andati nei cantieri, nelle sedi a parlare coi nostri soci, per capire una serie di cose; ti dico la verità: questo lavoro non è ancora finito. È un lavoro fatto per costruire un rapporto reale, concreto, di ascolto con tutta la base. Ogni cooperativa sociale può essere in grado di attraversare la crisi attuale”.

Recentemente avete allargato la fascia di lavoratori svantaggiati, andando verso un’impostazione più europea e avete fatto un ricorso.

“Sono due cose distinte. Il ricorso riguarda una causa molto importante con l’INPS, che non riconosceva alcune categorie di lavoratori svantaggiati. La cosa è andata avanti per ben dieci anni! Abbiamo affrontato di fatto cinque gradi di giudizio: in primo grado Coop Noncello vince contro l’INPS, in secondo grado perde, in terzo grado vince Noncello ma solo nella forma (la Cassazione annulla la sentenza emessa in secondo grado e cambia sede da Trieste a Venezia), la cooperativa vince in secondo grado, l’INPS insiste. Si va in terzo grado e finalmente vinciamo definitivamente.

Abbiamo speso più di 100 mila euro fra avvocati e spese varie che non recupereremo, perché la Cassazione ha stabilito che ognuno paga le proprie spese. Il collegamento tra questa disavventura legale e la normativa europea sulle fasce di lavoratori è questa: la Cassazione, nell’ultima sentenza, fa riferimento alla Legge 20 della Regione Friuli, che stabilisce un allargamento delle fasce dei soggetti svantaggiati, andando nella direzione dello standard europeo.

Ma questa norma è un po’ una trappola, poiché non contempla una decontribuzione a monte, bensì un rimborso sotto forma di contributo, che si ottiene annualmente, presentando una richiesta. Purtroppo, il rimborso dato per compensare la contribuzione dei soggetti svantaggiati su standard europeo, viene riconosciuto in de minimis, che una volta saturato, non consente di ottenere contributi per le attività.

Da una parte ti agevola, dall’altra ti danneggia. Se la nostra azienda guarda allo svantaggio, non fa il 30%, ma il 70% di inserimento lavorativo. Oggi bisogna distinguere tra un inserimento con svantaggio ad alta, media, bassa intensità. Perché una persona che rientra negli standard di svantaggio europeo, come può essere un cinquantenne espulso dal mondo del lavoro, ha una capacità produttiva maggiore di quella di un giovane affetto da psicosi grave o di un portatore di handicap grave.

Quindi va bene allargare le fasce lavorative, ma bisogna riconsiderare le agevolazioni che servono a compensare la bassa produttività di alcuni soggetti, secondo un principio di gradualità, applicabile ad ogni singolo lavoratore. Bisognerebbe utilizzare elementi di decontribuzione rispetto all’INPS, di tipo parziale, di tipo temporaneo. Già oggi un lavoratore in mobilità, se assunto, viene de-contribuito per due anni, senza la necessità di essere inserito in una delle nostre cooperativa sociale”.

Non ti sembra che la legislazione sulle nostre cooperative sia da troppo tempo ferma, mentre il panorama economico e sociale è fortemente cambiato?

“Siamo in stallo da più di cinque anni e non c’è alcun interesse ad aprire questa discussione. Non abbiamo un interlocutore con cui costruire meccanismi sostenibili di economia sociale che creino agevolazioni, diminuiscano la spesa pubblica e rendano qualità della vita alla persona. Se guardiamo alle statistiche del passato, i manicomi hanno aumentato la loro popolazione sempre, in presenza di crisi economiche e sociali gravi o di guerre. Sempre.

È quello che ci sta succedendo oggi. L’espulsione dal mondo del lavoro di qualsiasi forma di soggetto svantaggiato, l’assenza di un interlocutore per la costruzione di alternative per tenere nel tessuto sociale soggetti svantaggiati, ha un epilogo tragico: queste persone verranno rispinte nell’invisibilità! E che vengano rinchiuse in un manicomio o nelle loro case, imbottiti di farmaci, è la stessa cosa! Stiamo andando verso la detenzione sociale”.

Lo stesso sistema formativo, sembra rassegnato all’assenza di futuro, quando avvia il lavoratore svantaggiato verso formazioni di tipo umanistico che non producono alcun risultato e di fatto, fanno sì che si stia tutti a casa…

“Il lavoro sta diminuendo per tutti, ma non per questo devono diminuire i diritti! Non dobbiamo attraversare la crisi costruendo una guerra tra poveri o svantaggiati. Lavoro vuol dire reddito e reddito vuol dire garanzia di una normale socialità. Nel mondo della psichiatria si sta cominciando a dibattere se valga ancora la pena di continuare con l’inserimento lavorativo o se è meno costoso lavorare sull’assistenza: è l’anticamera dei nuovi manicomi! Della nuova reclusione sociale!”

Per fortuna ciò è impossibile, perché il costo dell’assistenza è di gran lunga superiore all’inserimento lavorativo…

“Lasciami dire una cosa cattiva: basta abbassare gli standard qualitativi! Si dirà: se prima li mettevamo in case, dove al massimo alloggiavano 12 persone, oggi che dobbiamo accontentarci, li metteremo in strutture di 200 persone! Pensiamo a tutte le balle che ci stanno raccontando sui manicomi criminali: è semplicemente un passaggio di budget tra il Ministero di Grazia e Giustizia e il Ministero della Sanità.

Tali strutture verranno chiuse veramente quando la Legge italiana smetterà di equiparare i soggetti psichiatrici, che hanno commesso un reato, a quelli non psichiatrici. Chiuderanno quando una persona che ha compiuto un reato, poiché giudicata incapace di intendere e volere, non sarà punita e il giudice la rimanderà verso una struttura adeguata alla sua problematica psichica. Se un paziente psichiatrico tira un pugno ad un vigile che gli ha detto che ha parcheggiato male, non può finire per questo in un manicomio criminale per 20 anni, perché la pena è inadeguata al reato e perché si confondono pena e cura. Tutti noi dobbiamo fare quadrato pesantemente, per non cedere di un passo sui diritti acquisiti”.

Bisognerebbe superare le differenze tra cooperative di tipo B e quelle di tipo A, per strutturare diversamente il rapporto col lavoro e la stessa idea di impegno lavorativo per il soggetto fortemente svantaggiato.

“Noi stiamo affrontando la questione: da gennaio siamo stati riconosciuti cooperativa plurima. Con questo riconoscimento, non ci interessa gestire case di riposo o centri diurni, ma vogliamo capire se all’interno di una struttura come la nostra, sia possibile effettuare, oltre all’inserimento lavorativo, il tutoraggio, la formazione lavoro, l’accompagnamento lavorativo. Con l’obiettivo di creare un percorso che porti dalla formazione all’inserimento lavorativo vero e proprio. Per anni è stata tracciata una linea di demarcazione tra le cooperative A e quelle B, invece è necessario iniziare una fase di sostenibilità complessiva che garantisca qualità della vita, accesso ai servizi e tutela dei diritti. Non possiamo continuare a ragionare a scomparti”.

Secondo te, anche con riferimento alle nostre strutture politico sindacali, mancano gli interlocutori istituzionali o siamo noi che non li cerchiamo con sufficiente impegno?

“In questo momento, a livello europeo, assistiamo ad una mancanza assoluta di cultura politica, nel senso della gestione della polis, del bene comune, dei bisogni della persona, della creazione di un equilibrio tra esigenze di profitto ed esigenze sociali. Non sto parlando di solidarietà, ma di diritti! Altrimenti cosa ci raccontiamo?” 

(in redazione Ugo De Santis)

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