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AGENDO 2013: IN MEMORIA DI MASSIMO, STORIA DI UN OPERATORE SOCIALE

A Napoli ill 14 dicembre sarà presentata Agendo 2013 - Storie, l'agenda di Gesco edizioni.

 

Agendo 2013

 

A scrivere i testi quest'anno sono stati il curatore Guido Piccoli e la scrittrice Raffaella Ferrè. L'appuntamento è previsto venerdì prossimo a Napoli, libreria Evaluna di piazza Bellini con il giallista Maurizio De Giovanni e l'assessore comunale alle Politiche sociali Sergio D'Angelo. L'edizione di quest'anno è dedicata alla memoria del cooperatore sociale Massimo De Benedictis, presidente de Il Calderone - storica coop sociale del gruppo Gesco, scomparso lo scorso a marzo di quest'anno.

Ecco una delle storie estratta da Agendo 2013:

Massimo

Allegro, gioviale, rompiscatole. Un fiume in piena. Impossibile non notarlo. Quando entrava lui in una stanza, era difficile fare finta di niente. Massimo rideva sempre di tutto e aveva sempre qualcosa da dire. Guai a non ascoltarlo: si offendeva. Perciò bisognava stare lì inchiodati, a condividere le sue osservazioni sul mondo, e ad amare, insieme a lui, questo lavoro difficile e appassionante. Il lavoro sociale.

Massimo era un operatore. Pochi lo sono stati come lui.

Quasi 30 anni fa, quand’era era ancora un ragazzo, s’incontrava la sera con gli amici per parlare di amori e politica o per giocare a pallone nella piazza Giovanni XXIII. Il quartiere Traiano non regalava nemmeno una speranza. Fu così, tentando di coniugare idee e lavoro, che Massimo, insieme con Nicola e Sergio e qualche altro amico, aprì sotto i portici di via Antonino Pio il “Calderone”, un ritrovo per offrire birre, panini, piatti caldi cucinati con crescente maestria, e una manciata di socialità. Gli scettici non mancavano. E nemmeno i nemici dichiarati. C’erano i fascisti. E poi l’eroina. Con i primi era più facile. Contro le siringhe invece non bastava la militanza, e nemmeno le prediche, le birre, i panini e i piatti caldi con l’aggiunta di dibattiti, concertini, reading di poesia e corsi di chitarra o d’inglese che proponeva “Il Calderone”. I ragazzi collaborarono con medici, sociologi e psicologi per dar vita a una delle prime strutture territoriali realizzata con i servizi pubblici, l’Aleph,  dove i tossicodipendenti potevano trovare oltre ai farmaci per uscire gradualmente dalla dipendenza, un aiuto per non finire in carcere, all’ospedale o all’obitorio, ma anche per tornare a raddrizzare la schiena. Da allora, negli stanzoni dell’Aleph ne sono passati a migliaia. Da veri operatori sociali, gli ormai ex ragazzi di Traiano allungarono lo sguardo fuori dal quartiere,  dove erano uguali miseria e abbandono. Iniziarono a lavorare in due centri per far rientrare i sofferenti psichici nella società che li isolava o compativa e in altri rivolti ai bambini e ai ragazzi abbandonati da genitori affondati in galera o nella miseria più nera. All’entusiasmo iniziale si erano aggiunte la consapevolezza della professionalità acquisita negli anni e anche le responsabilità personali. Quasi tutti, come Massimo, erano diventati mariti e padri. Il loro lavoro era apprezzato ma anche, in qualche modo, svalutato da un sistema di welfare che costringeva (ed è così ancora oggi) gli enti pubblici, con i quali lavoravano, a mettere in secondo piano i servizi sociali e a pagare sempre più in ritardo. Al disagio degli utenti si univa il loro: costretti a combattere per uno stipendio e ad esaurirsi nell’attesa delle firme nelle ragionerie di turno. E poi, giocoforza, a chiedere anticipi alle banche, sperando che i cosiddetti oneri passivi non travolgessero tutto e tutti. Dotato di generosità, coraggio e ironia, Massimo fu costretto a confrontarsi con l’indifferenza e l’ottusità del potere, che si rivelava un nemico più infido dei precedenti. La lotta per salvare il proprio lavoro, che era molto di più del proprio stipendio, divenne, anno dopo anno, sempre più difficile e logorante. Anche nel farne capire l’importanza a chi non fosse un addetto ai lavori e nemmeno un utente o un suo familiare. “Non vendiamo un prodotto. Nel nostro strano lavoro mettiamo in gioco gli affetti, i sentimenti, il cuore” amava ripetere Massimo. E, un sabato mattina, il cuore improvvisamente gli si spezzò. Senza preavviso, senza rimedio. A forza di usarlo.

Redazione 

 

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