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IN RICORDO DEL PADRE: BIOGRAFIA DEL PARTIGIANO MARIO BETTOLI

 

Istruzioni per una biografia che non scriverò di Gian Luigi Bettoli (presidenza nazionale Legacoopsociali)

 

 

Anche se mi è stata chiesta in questi giorni da più parti, questi non vogliono essere i primi appunti per una biografia di mio padre, ma solo alcune sintetiche puntualizzazioni fattuali, testimonianze personali ed indicazioni bibliografiche per chi quella biografia vorrà scrivere. Questo per due motivi, uno storiografico ed uno personale. Quello storiografico è evidente: la necessità di mantenere un minimo di distacco emotivo dalle persone ed avvenimenti con i quali ci si trovi per vari motivi in relazione, pena il venire meno di quella lucidità che è obbligatoria, anche per una narrazione "coinvolta". E questo a maggior ragione in considerazione del debito personale che ho nei confronti di Mario, per le infinite volte in cui lo ho interrogato, gli ho chiesto consiglio, ho discusso con lui. Il motivo personale è la scelta di riservatezza – che voglio rispettare - di Mario Bettoli, persona tanto impegnata energicamente nella vita pubblica quanto schiva (direi sostanzialmente timida) nell'evidenziare in qualsiasi modo il suo ruolo. La riservatezza era un dato caratteriale tipico dei militanti politici venuti dal basso, dal mondo contadino ed operaio dell'Ottocento e Novecento, prima che il boom del secondo dopoguerra e la scolarizzazione di massa trasformassero l'impegno a tempo pieno nel sindacato e nei partiti "di classe" in una forma diffusa ed ordinaria di crescita sociale, veicolo della trasformazione di avanguardie proletarie ed attivisti studenteschi in un ampio ceto medio professionale, versione postmoderna della "classe politica". Chi era appartenuto alle generazioni precedenti, se non esente in assoluto da questi fenomeni, si era dovuto confrontare con la realtà della povertà e delle privazioni, ma anche con una socialità poi disintegrata dalla modernizzazione. Ed aveva dovuto apprendere come l'organizzazione fosse una via obbligata per la promozione di esigenze collettive: un'organizzazione che era dovuta diventare rivoluzionaria - talvolta per necessità oggettiva oltre che per scelta - di fronte al costruirsi della prima dittatura totalitaria del pianeta, negli anni '20-'40, ed all'imperativo poi di rovesciarla attraverso una aperta guerra di Liberazione. Una testimonianza personale: quando fui io a riconoscere per primo, tra le pagine di una ponderosa storia della Resistenza, una sua sconosciuta foto, scattata mentre neanche ventenne commemorava un compagno di lotta caduto , lui non solo non se ne compiacque, ma osservò che durante la Resistenza era vietatissimo fare fotografie, per ragioni di sicurezza.

Il riserbo è comunque un fatto, anche se eticamente apprezzabile, assai negativo per chi poi cerchi di ricostruire le vicende storiche. Chiunque abbia avuto a che fare con la storia del movimento operaio, soprattutto riguardo al periodo della clandestinità durante il fascismo e successivamente della "guerra fredda", sa come sia quasi impossibile ottenere testimonianze ed informazioni. Solo uno strato superficiale riesce ad essere intaccato, in un quadro generale in cui ci si deve arrendere spesso ad un muro impenetrabile in cui la modestia, di chi si considera poco importante elemento di un'opera collettiva, è impastata con l'abitudine a non lasciarsi sfuggire alcuna informazione che possa evidenziare contraddizioni, responsabilità, debolezze individuali o collettive, segreti. La riservatezza dei militanti proletari, in particolare comunisti, è essa stessa un elemento dello studio sul movimento operaio novecentesco, ed impone di confrontarsi con una pluralità di fonti, verifiche incrociate (in cui sono sempre presenti i pericoli della superficialità, dell'incomprensione, dello stravolgimento di senso, dello svilire il senso profondo della dura disciplina della militanza). Quella che è stata definita la "doppiezza" dei comunisti italiani va compresa innanzitutto come la dimensione umana, vissuta in prima persona da tutti i suoi protagonisti (anche se indubbiamente con capacità, ruoli e risposte personali diverse), in cui un partito clandestino si è trasformato – quasi improvvisamente - in esercito rivoluzionario, per poi successivamente diventare movimento di massa e partito in un sistema democratico: dentro, ma anche a dispetto, di un mondo ferocemente diviso in una guerra che era "fredda" solamente in Europa, mentre nel resto del mondo provocava più vittime della stessa seconda guerra mondiale.

Dall'Azione Cattolica alle Brigate Garibaldi

Mario Bettoli nasce nell'allora comune autonomo di Vallenoncello, settimo di nove figli di Giovanni, muratore, e di Giovanna Battiston. Le famiglie sono di origine contadina, piccoli proprietari della Bassa Pordenonese, tra Fagnigola di Azzano Decimo e Villaraccolta di Pasiano. Per tutta la vita continuerà modestamente a presentarsi come "el setimo fiòl de la Giovana", a volte con la soddisfazione di un riscatto di classe, come quando – sindaco comunista – si troverà a trattare con il conte di Porcia e Brugnera, proprietario terriero e Reichsfürst [Principe dell'Impero], presentatosi con tutti i suoi attributi nobiliari.

Durante l'infanzia la famiglia si trasferisce a Borgomeduna, sobborgo operaio di Pordenone, e Mario vi frequenta le scuole elementari, subendo – come gli altri fratelli più piccoli – l'umiliazione di vedersi sottovalutare - addirittura proporre la retrocessione di una classe - a causa della provenienza dalle scuole del vicino comune rurale. Ciò nonostante, frequenterà poi anche le scuole serali di avviamento commerciale, pur conservando in seguito il vezzo di dichiarare di aver conseguito solo la licenza elementare. In realtà Mario acquisisce progressivamente una notevole cultura da autodidatta, che accompagnerà sempre con una grande sensibilità per la conservazione dei patrimoni archivistici delle istituzioni di cui è stato esponente, conscio del fatto che le distruzioni materiali contribuiscono in maniera decisiva a disperdere il patrimonio culturale a loro collegato.

Un episodio che segnerà la sua infanzia sarà la condanna della madre, a causa di un furto campestre: tipica attività di ricerca alimentare per soddisfare le mai esauste esigenze di una famiglia povera e numerosa. Dopo i primi lavori come garzone (ad esempio presso un dentista), imparerà il mestiere di lattoniere idraulico, qualifica con la quale sarà assunto alla Zanussi, officina meccanica che – diretta dal fondatore Antonio - produce cucine economiche. Durante l'occupazione tedesca del 1943-1945 Mario è tra gli operai soggetti alla leva che vengono sottratti all'arruolamento nell'esercito fascista, grazie alla dichiarazione di indispensabilità per le produzioni belliche redatte dalla Zanussi, il cui direttore amministrativo, Eugenio Pamio, è il rappresentante del Pci nel Comitato di Liberazione Nazionale di Pordenone. Mario, nel frattempo, collabora con la Resistenza, approfittando della frequenza della scuola tedesca presso la sede della GIL (Gioventà Italiana del Littorio) per sottrarre esplosivi dai vicini depositi degli occupanti, che poi vengono presi in consegna dai GAP di Mario Carli e consegnati alle formazioni partigiane della montagna (...)

Sindacato, partito e "doppia tessera" negli anni del Fronte Popolare

Mentre sta ancora frequentando il corso, Bettoli viene eletto nel primo Comitato federale della Federazione del Pci, che si costituisce nel congresso del 29-30 gennaio 1949. Oltre a rilevarne l'assenza a causa della frequenza della "scuola sindacale", si annota che fa parte della Commissione stampa e propaganda del partito. Ma le vicende politiche di Bettoli da questo momento in poi prendono un'altra strada.

Siamo in una fase in cui il Partito Socialista Italiano a livello nazionale è sull’orlo del tracollo organizzativo, ed avviene al suo interno una svolta politica. Dopo la breve gestione centrista avviata dal congresso di Genova dell’anno precedente con la segreteria dell'ex dirigente azionista Riccardo Lombardi, il XXVIII congresso del maggio 1949 segna il ritorno alla segreteria della sinistra di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi, che pone al centro della sua politica il Fronte Popolare con il Pci. Pur in mancanza di riscontri certi a livello locale, non si può non rilevare il passaggio di quadri comunisti al Psi nei mesi in cui la sinistra socialista riconquista il controllo del partito con un risicato 51% dei voti. E' in questa fase che Mario Bettoli ed un altro ex comandante partigiano, Mario Maschio "Pipetto", vengono inviati a riorganizzare la Federazione del Psi di Pordenone, con lusinghieri risultati, stando a quanto rileverà l'anno successivo Marino Mazzetti, un ispettore della Commissione centrale organizzazione del Pci.

Al suo rientro dal Convitto Rinascita, Bettoli viene inserito nella segreteria della Camera del Lavoro di Pordenone, in funzione di segretario generale aggiunto, in quota socialista, a fianco del segretario generale Emilio Fabretti. Conseguentemente, insieme a Fabretti, è inserito anche nella segreteria della Camera Confederale del Lavoro della provincia di Udine, da cui la Cgil pordenese dipenderà fino all'autonomia, conquistata nel 1953. Contemporaneamente, nel luglio 1949, il vicesegretario socialista della Camera Confederale del Lavoro di Udine Azzo Rossi propone di eleggere Bettoli anche a segretario della Federazione socialista di Pordenone, anche se l'iniziativa non incontra il favore di un vecchio ed autorevole militante come Costante Masutti, che in quegli anni ha contribuito a riorganizzare la presenza del Psi nella zona.

L'esperienza di Bettoli è un vero e proprio case study di quel fenomeno della "doppia tessera", cioè di osmosi tra gli attivisti delle forze della sinistra nel periodo del Fronte Popolare (ma anche dopo, per mia conoscenza personale) su cui ancora oggi sappiamo troppo poco. Il fenomeno si manifesta certamente nel passaggio di quadri comunisti al Psi, per rafforzarne la corrente di sinistra, e lo stesso elemento dell'infiltrazione di propri iscritti per esigenze di controllo è innegabile, ma non può essere ridotto solo a questa dimensione.

In una geometria politica in cui il partito comunista, nell'ideologia staliniana, è il vertice di un sistema piramidale la cui base è costituita da una serie di larghe organizzazioni sociali, non a caso definite "di massa", il Psi ed altre formazioni politiche sono viste non come partiti radicalmente altri, ma come parte del sistema: ne sono prova le esperienze dei partiti "satelliti" in alcuni paesi dell'Europa orientale sovietizzata, come i partiti contadini, l'unione democristiana della DDR, le formazioni liberalnazionali di origine combattentistica, tutte espressioni di un ceto medio e di orientamenti ideologici cui viene riconosciuta una limitata diversità socio-politica. Ai partiti socialisti è riservato un destino diverso e privilegiato, in questo quadro. Quello della riunificazione con i partiti comunisti, nell'ottica del superamento della scissione terzinternazionalistica del primo dopoguerra: e questo processo è a lungo all'ordine del giorno dei due partiti italiani dopo la Liberazione. Che poi questo processo avvenga, nell'Est europeo, nella forma coatta imposta dall'occupazione militare sovietica e dal dispiegarsi della guerra fredda, non annulla lo scontro reale all'interno del socialismo internazionale tra la tendenza unitaria con i comunisti delle correnti rivoluzionarie, ed il duro anticomunismo delle correnti riformiste. Una tendenza simmetrica, dovuta a diverse esigenze di rafforzamento di strutture comuniste ancora deboli, ma anche da aspetti generazionali, è esemplificata dai passaggi in senso contrario, dal Psi al Pci, di dirigenti come Angelo Galante ed Aldo Camponogara, che diventano segretari delle Camere del Lavoro di San Vito al Tagliamento e Portogruaro, o da quello ben più famoso di Luciano Lama.

Infine, vanno analizzate le pratiche reali. E' documentato come Mario Bettoli partecipi a riunioni degli organismi del Pci pordenonese anche dopo la sua iscrizione al Psi, almeno fino al 1952, ma la sua partecipazione appare giustificata più per il suo ruolo di dirigente sindacale che come esponente politico. E non a caso Bettoli, più volte coinvolto nello scontro violento tra il vertice della Federazione comunista pordenonese e quello della Camera del Lavoro (costituito, a parte lui, da sindacalisti comunisti), svolge una funzione di sostegno a questi ultimi, inserendosi in quel percorso di autonomia così duramente contrastato dal partito. Come avviene nell'aprile-maggio 1952, quando le difficoltà anche personali del segretario generale Emilio Fabretti portano Bettoli ad essere considerato ufficiosamente come «responsabile della C.d.L. di Pordenone». E' ben vero che questo porta Bettoli a partecipare anche a riunioni di Esecutivo e ad un gruppo di lavoro sull'elaborazione del programma della Federazione, ma ciò può essere interpretabile come una funzione di supplenza e tutela di un gruppo dirigente sindacale con il quale egli è solidale senza remore.

Lo scontro partito-sindacato appare del tutto prevalente sui rapporti tra i due partiti, e vede la contraddizione principale nel tentativo del Pci di negare qualsiasi autonomia ai dirigenti sindacali (in particolare, ma non solo, il segretario generale Fabretti ed il segretario della Fiot Adolfo Bresin), che sono continuamente sottoposti a stressanti vicende di tipo disciplinare ed a veri e propri linciaggi morali nelle riunioni degli organismi di partito. Bettoli si schiera senza dubbi con i dirigenti della Camera del Lavoro, e tenderà progressivamente, soprattutto dopo l'elezione a deputato, ad orientarsi verso il lavoro politico nel Psi, come constata nel 1956 un ispettore della Cgil nazionale, che lo indica come il più adeguato candidato alla guida di una Camera del Lavoro, messa in crisi da grandi sconfitte sociali ma anche dall'opera distruttiva della federazione comunista. Sarà proprio questo ispettore ad evidenziare un ulteriore livello di contraddizione: lo scontro durissimo per l'autonomia della Camera del Lavoro di Pordenone da quella di Udine, non risolto definitivamente neanche dalla erezione in Camera Confederale di quella di Pordenone nel 1953 34.

Il Bettoli "prestato" dal Pci al partito fratello per rafforzarlo e controllarlo, è ora il principale esponente pordenonese di un partito in crescita, maggioritario quasi ovunque nella sinistra friulana e tendenzialmente autonomo, contro il quale si indirizza il nervosismo del Pci, in particolare verso quello che è il suo principale referente politico nazionale: l'esponente della sinistra socialista Lucio Luzzatto. Ormai il rapporto di convergenza conflittuale con il Pci pordenonese è consumato, ed ancora quando si appresterà a ritornarvi, molti anni dopo, Bettoli confesserà il suo disagio rispetto alla futura convivenza con un gruppo dirigente considerato settario. (...)

Per leggere e scaricare la versione integrale della biografia di Mario Bettoli continua su questo link

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