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PROSTITUZIONE: 2,5 MILIONI DI CLIENTI

La domanda genera o supera l'offerta. Impossibile il profilo del cliente-tipo: "per molti uomini, il rapporto con una prostituta nasce da una sorta di scissione interna"

 

 

 

 

Prostituzione, ridimensionata la cifra di 9 milioni di clienti mentre il numero stimato è apri a 2,5 ed è impossibile un identikit del cliente-tipo.  Questa è la sintesi di un convegno del Gruppo Abele svoltosi a Torino.

Per alcuni maschi il rapporto è complementare a una relazione stabile; per altri l'unica possibilità  Sono uomini di ogni ceto, provenienza geografica e fascia d'età. Spesso sono istruiti, tanto che al crescere del grado d'istruzione aumenta anche la domanda. Molti di loro continuano a cercare rapporti in strada, mentre una parte altrettanto consistente ormai lo fa nell'anonimato offerto dal web. Fino a qualche anno fa erano stimati in 9 milioni di individui, quasi un sesto della popolazione nazionale. "Ma è di certo più verosimile la stima dell'Università di Bologna, che ha ridimensionato la cifra a due milioni e mezzo", spiega Mirta Da Pra, responsabile del progettoVittime del Gruppo Abele.

 

Quello dei clienti della prostituzione ad oggi resta un mondo dai contorni vaghi, indefiniti. A cercare di scandagliarlo è proprio il Gruppo Abele, in un convegno che andrà avanti fino a domani, nella sede torinese dell'associazione. Tra i relatori, giornalisti, operatori sociali e di strada, esponenti di associazioni e delle forze dell'ordine. Che cercheranno di restituire un volto, o meglio una serie di volti, ai clienti della prostituzione, dal momento che, a livello quantitativo, non esiste una cifra universalmente accettata che ne indichi la diffusione sul suolo nazionale.

"I dati raccolti finora - continua Da Pra, prima relatrice della giornata - sono frammentari, basati su stime più che su rilevazioni oggettive. Quel che è certo, è che portare la cifra a nove milioni equivale a stabilire una pericolosa corrispondenza tra 'maschio' e 'cliente'. Il che non è assolutamente realistico, dato che non tutti gli uomini frequentano o hanno frequentato prostitute. A livello quantitativo, secondo molti ricercatori, la stima più attendibile si ottiene moltiplicando per dieci prestazioni giornaliere il numero delle persone che si prostituiscono; moltiplicandolo poi di nuovo per il numero delle giornate di lavoro annuali".

Qualcosa di più emerge sul piano qualitativo, anche se la situazione non è molto più definita. "Dal momento che i clienti tendono a non uscire allo scoperto - prosegue Da Pra - ciò che sappiamo arriva, oltre che dalle interviste con questi ultimi, anche da quelle con le prostitute stesse e con gli operatori sociali; o da registrazioni effettuate a insaputa del cliente, come fatto per il libro-inchiesta 'Quanto vuoi'"

Quel che è certo, secondo la Da Pra, è che "non esiste un 'cliente-tipo'. Le tipologie "sono varie quanto lo è l'intero universo mondo maschile" continua. "Tra i clienti delle prostitute troviamo italiani come migranti, operai come forze dell'ordine e sacerdoti. A livello anagrafico, la fetta più consistente riguarda gli adulti, la metà dei quali sarebbe composta da uomini sposati. Subito dopo vengono i giovani, mentre l'arrivo di farmaci come il Viagra, ha fatto lievitare anche la domanda da parte degli anziani".

E al mutare degli identikit, cambiano anche motivazioni e modalità di approccio. Ci sono uomini che prediligono le italiane, che spesso sono meno soggette ai meccanismi della tratta. Secondo Da Pra, però, la maggior parte dei clienti preferisce consapevolmente rapportarsi alle straniere o alle vittime di tratta, le quali hanno "un potere contrattuale molto minore, e sono più vulnerabili rispetto a determinate richieste, come il sesso non protetto". Di fatto, "il vero boom della prostituzione di strada coincide con l'emergere della tratta e l'arrivo in massa delle straniere",

Ed è interessante, poi, come molti di questi uomini elaborino le più varie autogiustificazioni per porre simili rapporti in una luce positiva: "Alcuni - precisa Da Pra - si giustificano dicendosi che queste donne 'guadagnano molto' e che comunque 'sapevano cosa sarebbero venute a fare in Italia'. C'è poi chi, addirittura, è convinto di aiutarle, dicendosi che 'se non portassero soldi verrebbero picchiate dai protettori'".

Ci sono poi i clienti particolari: masochisti, sadici, feticisti, così come quelli che preferiscono espressamente le transgender, paradossalmente considerate "più femminili, e in grado di offrire un'accoglienza e una comprensione molto maggiori rispetto a una donna. Un certo numero di clienti, in effetti, alle prostitute chiede semplicemente d'essere ascoltato: non è poi così raro che un uomo paghi solo per parlare." Ma ci sono, purtroppo, anche clienti che vanno a 'caccia' di minori; che rappresentano comunque una fetta marginale della domanda complessiva.

Per quanto varie possano essere le motivazioni, però, i clienti continuano a dividersi in due grandi sottotipi. "Per alcuni - continua Da Pra - il rapporto con una prostituta è complementare a una relazione stabile. Mentre esiste poi un altra tipologia di uomini, che nei rapporti mercenari vede l'unica opportunità di relazione sul piano affettivo e sessuale. Sappiamo, molto spesso dal confronto con le prostitute stesse, che giovani e anziani vogliono essere rassicurati riguardo alla loro virilità: oggi i ragazzi che vanno con una prostituta, lo fanno perché hanno paura di non sentirsi all'altezza in un rapporto con la loro fidanzata. E chiedono conferme sulle dimensioni, sulla durata e sulla qualità del rapporto. Per molti uomini, il rapporto con una prostituta nasce da una sorta di scissione interna; che da una parte tende a mettere la donna, intesa come moglie e madre e quasi desessualizzata; mentre dall'altra pone la donna intesa come oggetto sessuale".

Una sorta di schizofrenia affettiva, dunque, che rende difficile accettare che ogni donna, moglie o madre che sia, è anche un essere fatto di carne e desiderio. Il che, secondo Da Pra, è comprensibile "se si pensa che, nella cultura italiana, il sesso non è mai stato pienamente metabolizzato: da una parte continua a rappresentare un tabù, ma al tempo stesso, negli ultimi anni, è stato sovraesposto e identificato con una serie di stereotipi di potere, successo e consumo".

Una schizofrenia che, in qualche modo, si è però cristallizzata nella coscienza degli italiani; e viene dunque spontaneo chiedersi se esista una via d'uscita. "Di certo - conclude - bisognerebbe cominciare a discutere laddove non si è mai intervenuti, soprattutto nelle scuole. Noi diciamo sempre che, più che di tratta, è necessario parlare di educazione ai rapporti. E bisogna farlo anche superando le resistenze degli stessi genitori. Se poi parliamo di prostituzione, allora intervengono altri temi, come ad esempio i rapporti tra nord e sud del mondo. Bisogna però comprendere che è arrivato il momento di intervenire, smettendola di flagellarsi per non averlo fatto in precedenza. Perché la cosa più importante è agire sui modelli; ed è sui giovani che bisogna lavorare in questo senso" (ams)

La domanda genera (o supera) l’offerta

“Per capire il fenomeno prostituzione bisogna cominciare a guardarlo non solo dal lato della prostituta ma soprattutto da quello del cliente, senza stigmi sociali”. Il mercato del sesso nel Novecento ha conosciuto tre grandi passaggi: dalla prostituzione di Stato, si è passati all’organizzazione sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso, per giungere poi alla globalizzazione del mercato sessuale, caratterizzata soprattutto dalla crescita della tratta degli esseri umani e da una nuova percezione politica riguardo all’importanza sociale del cliente. Mascolinità e consumo sessuale, quasi mai oggetto delle analisi sono stati gli uomini disposti a pagare per il servizio e perché lo pagano? Come mai il mercato attuale del sesso rileva l’esistenza di una richiesta sempre più crescente? Sono alcune delle domande da cui prende via la riflessione proposta nel saggio “Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo” di Giorgia Serughetti edito Ediesse (2013). Una ricerca sui rapporti tra domanda di prostituzione, commercializzazione della sessualità e potere maschile. Studiosa di processi culturali, l’autrice affronta un delicato percorso di esplorazione in un territorio pieno di silenzi e zone buie. Non è vero che i clienti sono necessariamente "carnefici" – si legge nel testo - o che chi si prostituisce è “vittima”, il fenomeno è molto più complesso.

Non si tratta di dare un giudizio o di colpevolizzare chi acquista servizi sessuali, né di spostare lo stigma sociale, dalla prostituta al cliente, occorre però interrogarsi sui meccanismi e i dispositivi di potere che regolano la sessualità e la sua commercializzazione odierna. Dopo secoli di rimozione della responsabilità dei clienti, colpire la domanda equivale a contrastare la proliferazione del mercato, ma gli scandali sessuali che travolgono anche la politica, mostrano ancora un aspetto predominante delle pratiche di scambio sesso-denaro, che si insinuano nelle stanze del potere. “Lo sforzo conoscitivo e di intervento sulla domanda di prostituzione – scrive Giorgia Serughetti - non è stato sostenuto da uno sforzo equivalente né comparabile di comprensione delle culture della mascolinità che la alimentano” in una contemporaneità in cui la sessualità a pagamento è offerta al consumo maschile e il corpo, soprattutto quello femminile, diviene come il denaro, una valuta di scambio. L’autrice tratta la prostituzione come una relazione, che si situa in contesti di disuguaglianze di genere, economiche e di potere, in cui si collocano i ruoli dei diversi protagonisti a seconda della loro posizione sociale.

“Analizzare la ‘domanda’ di sesso a pagamento, significa entrare coraggiosamente nel lato in ombra del dibattito sulla prostituzione” dichiara nella sua prefazione al testo Maria Rosa Cutrufelli, la prima studiosa italiana a scrivere sulla domanda di sesso commerciale (“Il Cliente”, 1981; “Il denaro in corpo” 1996). In fondo - scrive la Cutrufelli - il cliente è sempre rimasto una figura sullo sfondo, essendo in un certo senso “culturalmente accettata” la pratica dell’acquisto di “servizi sessuali” naturale effetto della presunta differenza “biologica” fra il desiderio femminile e quello maschile rappresentato come ‘incontenibile’. Una visione e un’argomentazione, che oggi non hanno più sostegno. Gli studi si sono sempre (o quasi) orientati ad analizzare politicamente, socialmente e psicologicamente il ruolo della prostituta, eppure “c’è una grande sproporzione - sottolinea la Cutrufelli – tra l’offerta, numericamente limitata, e la domanda, ben più consistente da un punto di vista quantitativo”.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

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