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"CAMPI APERTI": NUOVE PRATICHE FRA UOMO E TERRA

Sovranità alimentare, equità e protezione del territorio, autosufficienza e partecipazione: idee ben precise percorrono le parole di Michela Potito, coordinatrice dell’associazione bolognese Campi Aperti, fucina di nuove pratiche economiche e relazionali sospinta dal desiderio di ricucire umilmente l’antico legame fra terra e uomo.

 

Dal giornale Buone Notizie Bologna

Sovranità alimentare, equità e protezione del territorio, autosufficienza e partecipazione: idee ben precise percorrono le parole di Michela Potito, coordinatrice dell’associazione bolognese Campi Aperti, fucina di nuove pratiche economiche e relazionali sospinta dal desiderio di ricucire umilmente l’antico legame fra terra e uomo.

“Siamo un’associazione di contadini e cittadini nata dalle riflessioni di un collettivo universitario sull’idea che fare la spesa fosse un fatto politico ed etico. Sarà l’incontro con alcuni contadini della Valsamoggia a far nascere il coordinamento per la sovranità alimentare e il primo dei cinque mercati ortofrutticoli, presso il centro sociale XM24”. Campi Aperti è un’“associazione le cui assemblee sono aperte a tutti e autogestisce molte attività tra cui laboratori di autoproduzione, incontri e dibattiti. Inoltre partecipa al coordinamento dell’Economia Solidale dell’Emilia Romagna”

Nel 2009, in seguito alle nuove normative sui mercati a vendita diretta, che hanno messo in serie difficoltà economiche i contadini, nasce la campagna comunicativa Genuino Clandestino. Michela la definisce una ­­“campagna per la libera lavorazione dei prodotti contadini, che vuol creare una massa critica di cittadini informati riguardo ad un insieme di norme ingiuste che, equiparando i prodotti contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li rende fuorilegge. Farine, cereali, marmellate, vino, prodotti da erboristeria, miele, passate di pomodoro, pane e prodotti da forno: alcuni di questi beni venduti presso i mercati dei produttori biologici di Bologna sono illegali secondo gli attuali regolamenti sanitari nazionali. La legge italiana, infatti, impone a chiunque si occupi della trasformazione di prodotti alimentari di dotarsi di laboratori che rispettino determinati standard di dimensioni e materiali. Standard stabiliti tenendo in considerazione le grandi aziende agroalimentari, che però ignorano e dunque penalizzano le realtà contadine come quelle di Campi Aperti, legate a piccole produzioni biologiche, sane e di alta qualità, ma in difficoltà al momento di affrontare la spesa della messa a norma di un laboratorio”.

Per garantire che i prodotti siano genuini e biologici nasce il Controllo Partecipato,in altre parole un sistema di certificazione basato sulla relazione: “Accettiamo solo produttori bio, specifica la coordinatrice. Si visita il contadino assieme ad almeno un altro produttore dello stesso tipo, vediamo i campi, parliamo con lui e osserviamo come lavora: il controllo continuerà poi al mercato. Gli altri venditori osservando i suoi prodotti capiranno se fa il furbo, rivendendo prodotti altrui non garantiti. La relazione che s’instaura fra il produttore e la comunità è per noi più fedele della certificazione biologica cartacea, alla quale sommiamo sempre il nostro Controllo”.

Parliamo dei costi eccessivi: “I prezzi hanno spesso come referenti i costi decisi dalla grande distribuzione, relativamente bassi perché c’è chi è sfruttato. I pomodori e le arance che si trovano nei supermercati vengono da realtà di agricoltura intensiva che spesso utilizzano braccianti africani sottopagati”. Campi Aperti per questo appoggia l’associazione calabrese Equo Sud. Qui i produttori di agrumi pagano equamente i braccianti, fatto raro nella produzione industriale “dove le arance costano spesso quanto le nostre, ma vengono da un mondo in cui il bracciante è pagato magari 3 euro l’ora; vive all’interno di ghetti, in condizioni igienico-sanitarie inumane, senza documenti, alla mercé dei caporali”. I nostri si operano perché i prezzi incamerino un reddito dignitoso ed esprimono l’esigenza di ridimensionare i consumi: “Meno, ma di qualità”, cibo veramente biologico, a km 0. 

Un altro progetto di Campi Aperti è Accesso alla Terra, che stimola nuovi insediamenti contadini tramite una “cooperativa di azionariato popolare, quindi di raccolta risparmi, per comprare poderi ed affidarli a giovani contadini che presentino dei progetti volti a praticare un’agricoltura rispettosa del territorio, per rifornire di cibo sano la comunità locale”. Michela assicura che “contro possibili speculazioni, per statuto, quelle terre saranno vincolate a progetti ecologici”, che vuol dire un no secco a cementificazioni e colture intensive. Inoltre denuncia: “Siamo trattati, legalmente, come il mercato della Montagnola cosicché paghiamo più di novemila euro all’anno per occupazione del suolo pubblico e per i rifiuti”. Cifre ingiuste per chi si autofinanzia con “solo il 5% dell’incasso di ogni produttore e dove ognuno riporta a casa le sue cassette, la sua immondizia, senza alcuno spreco d’imballaggi”. Infine, assieme a Cooperative sociali quali Agriverde ed Eta Beta, “diamo possibilità anche a chi è svantaggiato e marginalizzato di entrare in ambienti differenti da quello lavorativo, come quello dei nostri mercati”.

Andrea Marongiu

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