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"GOMITO A GOMITO": UN PROGETTO DI SARTORIA PER LE DETENUTE DI BOLOGNA

Intervista a Enrico Colombo, presidente della cooperativa Siamo Qua, fondata direttore della Caritas diocesana. Era composta principalmente da donne straniere alle quali si voleva dare l’opportunità di un lavoro e anche di una prospettiva imprenditoriale. Nel 2012 per vicende diverse, l’attività nell’ambito formativo per i minori da 0 a 3 anni, si ferma e rimane la realtà del progetto “Gomito a Gomito” che, non senza difficoltà, ha avuto inizio nel dicembre 2010.

 

 

 

 

 

“Sono un frate di una piccola comunità monastica del bolognese. Nell’anno 1999 una parte di noi, non per una nostra scelta diretta, si è trasferita nella parrocchia che è territorialmente competente sul carcere. Abbiamo quindi cercato da subito di interessarci a questa realtà che caratterizza questa parrocchia”. Enrico Colombo, presidente della cooperativa Siamo Qua

 La coop esiste dal 2003, fondata dal direttore della Caritas diocesana. Era composta principalmente da donne straniere alle quali si voleva dare l’opportunità di un lavoro e anche di una prospettiva imprenditoriale. Si occupava esclusivamente di asili nido (che gestiva in proprio nella formula dei P.G.E.) e di babysitteraggio. Nel 2012 per vicende diverse, l’attività nell’ambito formativo per i minori da 0 a 3 anni, si ferma e rimane la realtà del progetto “Gomito a Gomito” che, non senza difficoltà, ha avuto inizio nel dicembre 2010.

Quando e come nasce il progetto "Gomito a Gomito" per le detenute del carcere?

Avendo appreso dell’intenzione della Amministrazione penitenziaria di Bologna di aprire una sartoria nella sezione femminile del carcere, e della loro ricerca di un partner esterno che gestisse il laboratorio, ci siamo fatti avanti proponendo la nostra candidatura. Una serie importante di incontri e contatti non solo con i funzionari del carcere, ma anche con esponenti dell’Amministrazione pubblica della città, ha portato infine alla firma di una convenzione che ha consentito nel dicembre 2010 alla apertura del laboratorio.

Quali sono gli obiettivi che vi siete posti nello sviluppare questo progetto?

Gli obiettivi sono molteplici: il primo è senz’altro quello di impiegare il tempo in maniera costruttiva. Chi abbia frequentato anche di striscio un carcere, sa che cosa voglia dire sotto questo aspetto il nulla che vi regna. Come per l’esterno, tanto più all’interno del carcere, il lavoro non ha solo la valenza di appesantire il portafoglio ma anche quella di avvalorare la dignità dell’uomo. Quindi insegnare un mestiere; promuovere una funzione rieducativa della pena; spendere sul mercato del lavoro, una volta terminato il periodo di espiazione della pena, la nuova competenza acquisita. Inoltre le detenute interessate hanno la possibilità di mettersi in gioco sperimentando la propria creatività,il proprio talento.

Inoltre l’attenzione al contenimento delle spese ci ha portato progressivamente ad approvvigionarci di materie prime per la lavorazione costituite da scarti di lavorazione, fondi di magazzino, campionari inutilizzati, reperiti presso aziende, esercizi o anche privati. I tessuti quindi sono tutti donati, nuovi o riciclati, connotando il progetto di una sostenibilità ambientale importante e di una eticità di tutto rispetto. Ne viene che i nostri prodotti sono molto spesso dei pezzi unici e irrepetibili, data l’unicità del tessuto utilizzato.

Quante persone coinvolge il progetto e su che base vengono scelte?

Attualmente le detenute che lavorano sono quattro. I numeri e le persone coinvolte variano a seconda del percorso giudiziario individuale. Non siamo noi in prima battuta a scegliere le persone. Gli educatori della struttura, secondo loro criteri, indirizzano ai corsi di formazione le persone che ritengono più opportuno (un criterio è la durata della pena: non si investe su una persona che il mese successivo uscirà dal carcere).

I corsi di formazione professionale sono finanziati dalla Provincia di Bologna con il contributo del Fondo Sociale Europeo, fondi destinati appositamente alle categorie svantaggiate o in stato di difficoltà. Alla fine del corso la cooperativa seleziona le donne che mostrano maggiore predisposizione e capacità; a seconda del bisogno o della possibilità di aumentare l’organico, queste vengono assunte presso il laboratorio sartoriale di "Gomito a Gomito". La tipologia della strumentazione adoperata richiede che la personalità delle interessate non sia particolarmente problematica.

Il turn-over e l'avvicendamento è parte integrante di un laboratorio sartoriale gestito in carcere. Noi siamo ben felici quando le nostre "ragazze" ci lasciano. Sappiamo di alcune che hanno continuato una attività di cucito una volta rientrate nella loro quotidianità.

Qual è stata la risposta delle detenute rispetto al proprio coinvolgimento nel progetto?

La risposta è assai positiva. Lavorare in laboratorio è uno status ambito. Stoffe, colori, modelli, creatività, unicità dei prodotti, stipendio, gratificazioni, complimenti, rapporti con persone esterne fanno davvero la differenza. Ovviamente non mancano i problemi, ma per chi lavora è più semplice affrontarli. La motivazione al mantenimento del posto di lavoro, l'uscire dalle celle fa davvero la differenza.

Questa esperienza sta portando i lavori delle detenute al di fuori del carcere, in vari punti del bolognese: negozi che vendono questi prodotti, il Mercato delle Terra. Si tratta di un'esperienza quindi che porta 'fuori' ciò che normalmente, diremmo quasi per definizione, fuori non può andare. Come viene vista questa esperienza con le realtà con cui interagite?

È incredibile l'aspettativa del lunedì lavorativo; le domande sono le solite: "Come siamo andate al mercato?", "Hai venduto?", "Hai incassato?", "Cosa è andato di più?", "Cosa produciamo questa settimana, ci sono richieste particolari?". Il successo è il loro successo: vendere significa continuare l'esperienza.

La piazza sulla quale lavoriamo è una piazza generosa e disponibile. Abbiamo bisogno di tutto e la nostra "clientela" ci sostiene, ci aiuta portando stoffe, materiale di merceria utile in sartoria. Interagisce, si informa chiedendo dei problemi e delle difficoltà. Purtroppo non è facile avere rapporti continuativi con negozi. Abbiamo avuto un'ottima esperienza con "Leonarda", il negozio di Piazza Grande, ma riuscire a mantenere una linea costante di prodotti è per noi un po' problematico.

Credete che questo progetto riesca a intervenire sull'opinione pubblica comune che vede il detenuto non in termini di persona da riabilitare davvero, ma come relitto, nell'accezione più autentica del termine?

Noi proviamo a mettere un piccolo mattone nel tentativo di edificare un edificio dove dimori il concetto seguente: è inutile, anzi controproducente combattere il male infliggendo un altro male. I mali si assommano e anzi si moltiplicano. Nelle persone che ci capita di incontrare nella nostra strada succede che qualche battuta infelice si verifichi, ma in genere i numeri sono decisamente insignificanti. È sempre più frequente riuscire a parlare di sofferenza, dolore che trasuda da tutte le parti. Non manchiamo mai di sensibilizzare le persone spiegando loro che la misura delle azioni rivolte a chi sbaglia non può essere solo deprivazione, vessazione e umiliazione; occorre anche, anzi è preminente la proposta positiva. Il rispetto della persona resta il nostro primo obiettivo.

La supervisione del progetto è a cura di una cooperativa sociale e da varie indagini risulta che nel mondo carcerario operino prevalentemente proprio realtà di tipo cooperativo. Potete indicare, a vostro avviso, come mai ci sia questa prevalenza della cooperazione sociale in quest'ambito e se ritenete che questo crei valore aggiunto di qualche tipo rispetto ad altre forme (es. volontariato puro, progetti con ente pubblico, ecc.).

È vero, in carcere insistono prevalentemente cooperative di tipo sociale e quindi no-profit. Parlare di lavoro significa parlare di imprese; l’Ente pubblico non può essere una impresa produttiva. Può semmai sostenere l’attività di una impresa, ma non sostituirla. I detenuti hanno, a mio avviso, bisogno di una impresa come controparte fornitrice di lavoro. Ma le imprese, soprattutto di questi tempi, se non vedono all’orizzonte una prospettiva di guadagno, non si muovono. O sono dirette da persone lungimiranti che hanno di mira anche una finalità etica e sociale e hanno un grosso conto in banca che li supporta, altrimenti se ne stanno alla larga.

Se parliamo di lavoro e non di volontariato, impegnato anche su molti fronti all’interno delle strutture penitenziarie, la nostra piccola e limitata esperienza ci insegna che prima di realizzare un profitto del tempo ne passa. Dopo tre anni noi non siamo ancora giunti a questo; anzi. Le cooperative sociali no profit sono spinte ad operare (almeno nel nostro caso) da un ideale sociale prima che da una finalità di profitto. Corriamo semmai il rischio di essere una armata Brancaleone con il fiato corto, che avrebbe bisogno di strutturarsi e organizzarsi meglio al suo interno per affrontare il mondo del lavoro e del mercato con armi maggiormente adeguate e garantire una continuità alla iniziativa che riteniamo positiva.

Redazione Bologna

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