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DONNE, LAVORO E COOPERAZIONE: COSE SUCCEDE IN FRIULI

Orietta Antonini di coop sociale ItacaPolitiche di conciliazione, pari opportunità, fattore “D”, parla con Orietta Antonini, direttore (direttrice è cacofonico) della Cooperativa sociale Itaca di Pordenone, una vita spesa nella cooperazione. Partiamo dalla definizione di “empowerment”, che letteralmente significa dare potere anche se il termine può restituire diverse definizioni - mettere in grado, aumento della consapevolezza di sé e del gruppo, responsabilizzare - a volte nemmeno sovrapponibili.

 

 

Empowerment non è una destinazione ma un viaggio. Quando il fattore D è accrescimento di competenze e conoscenze

“Qualche tempo fa, sul far della sera, ascoltando una trasmissione radiofonica, sento Luca Bonaccorsi - giornalista ecologista, ex direttore del mensile Terra - sostenere che le due cose migliori che uno può fare per l’ambiente sono mangiare meno carne e pesce, e mandare una bambina a scuola in un Paese in via di sviluppo, perché le bambine che studiano fanno meno figli, quindi impattano meno sul nostro pianeta e arginano il problema demografico”.

“Benché pensi che abbia ragione, quell’affermazione mi ha messo a disagio e non sono affatto convinta della riuscita di un approccio che, in partenza, escluda il genere maschile da un percorso di crescita culturale”.

Politiche di conciliazione, pari opportunità, fattore “D”, parla con Orietta Antonini, direttore (direttrice è cacofonico) della Cooperativa sociale Itaca di Pordenone, una vita spesa nella cooperazione. Partiamo dalla definizione di “empowerment”, che letteralmente significa dare potere anche se il termine può restituire diverse definizioni - mettere in grado, aumento della consapevolezza di sé e del gruppo, responsabilizzare - a volte nemmeno sovrapponibili.

Itaca è una Cooperativa sociale di donne, come affronta i temi delle pari opportunità e delle politiche di conciliazione?

“Sono temi che ci sono particolarmente cari, li continuiamo a trattare, approfondire e diffondere, penso al nostro intervento dell’11 maggio scorso alla Confederazione Trentina della Cooperazione (www.ftcoop.it), dove illustrammo il nostro percorso per lo sviluppo delle competenze, dal regolamento per l’elezione del Consiglio di Amministrazione, che ha introdotto le quote di genere, al percorso di sviluppo delle job description. Il nostro presupposto è semplice. Siamo una Cooperativa sociale di lavoro che produce servizi assistenziali ed educativi con una presenza quasi esclusiva di donne (83%), un sistema che racchiude una complessità organizzativa adattata alla specificità di noi donne. Perché vi sono più del 50% di part time, moltissime maternità, che in alcuni anni hanno sfiorato il 10% del personale, moltissime esigenze di conciliazione (l’ultima rilevazione interna indicava che più del 60% delle donne di Itaca ha figli sotto i 12 anni)”.

La governance si è adattata a questo stato di fatto?

“Il modello e gli strumenti di governo della Cooperativa Itaca contengono implicitamente il rafforzamento della valorizzazione delle donne e, quindi, la crescita professionale, la tutela della salute, gli interventi di mutualità. Tutti percorsi di empowerment che rappresentano il sistema complessivo di gestione della nostra Cooperativa. A qualcuno forse potrebbe apparire scontato, ma posso assicurare che anche nel variegato universo cooperativo non lo è affatto. Sul piano organizzativo ed economico, affrontare le quasi 100 maternità all’anno senza che sembri un’epidemia non è un impresa per tutti. Un fatto assolutamente naturale in una Cooperativa come la nostra abitata da donne con un’età media sotto i 40 anni. Altrimenti non si capisce perché, tra le discussioni sulla riforma del lavoro, vi sia stata anche la reintroduzione di una procedura cancellata dal governo precedente - chissà perché - utile a combattere la pratica delle lettere in bianco fatte firmare, soprattutto alle donne, al momento dell’assunzione e poi tirate fuori dai datori di lavoro in caso di maternità”.

Quali sono le azioni messe in campo da Itaca in questo senso?

“I nostri interventi sono articolati, penso ai percorsi progettuali e agli strumenti di rafforzamento della nostra mutualità interna, ad esempio. Potrei citare il progetto Family friendly, che prevede sia l’utilizzo della videoconferenza in quattro sedi di lavoro sia un’azione di supporto per il rientro dalla maternità, o i voucher per la conciliazione, che sulla base di un regolamento supportano servizi come doposcuola, nidi, lavanderia, centri diurni. Restano comunque interventi che non sono disgiunti da ciò che accade comunemente nella società, dove la politica – quella italiana in modo particolare rispetto ad altri Paesi europei - ha mantenuto fragile e sottosviluppato il lavoro femminile, quando non lo ha palesemente ostacolato, al punto che oggi in piena fase recessiva sarà difficilissimo recuperare il tempo perduto”.

Qual è oggi in Italia, secondo il suo osservatorio, la situazione delle politiche per la conciliazione lavoro-famiglia?

"Decisamente deficitaria. Se penso a servizi sociali, tutela della maternità e anche introduzione della paternità, politiche fiscali di vantaggio sia per l’occupazione sia per l’imprenditoria femminile, non posso mancare di evidenziare l’abbandono del lavoro da parte delle donne che si colloca intorno al 15-20% per il primo figlio e raggiunge il 30% se nasce il secondo. In Itaca va molto meglio, dalla rilevazione 2010 il problema della conciliazione riguardava solo il 5% del personale dimesso ed è per questo che continuiamo ad attivare azioni di sostegno che possano, se non eliminare, almeno alleviare il problema. Gli strumenti potrebbero essere non sempre centrati e adeguati, a volte hanno il carattere della sperimentazione, ma ci lavoriamo ancora. L’obiettivo prioritario resta quello di non perdere il lavoro delle socie. Proprio in questi giorni abbiamo ricevuto l’esito positivo di un progetto presentato al Ministero del Lavoro e Politiche Sociali. Grazie a quel finanziamento di oltre 160 mila euro, potremo dare molta più consistenza alle nostre intenzioni”.

Secondo l’osservatorio di Bankitalia, se il tasso di occupazione femminile italiano raggiungesse il target comune, il 60% indicato dall’Unione Europea, il Pil aumenterebbe di 7 punti percentuali.

“Ma per incrementare l’occupazione femminile è indispensabile attivare una forte politica di investimenti nel welfare, che è esattamente il contrario di ciò che i governi italiani stanno facendo. Servirebbe invece un’azione coraggiosa, capace di trasformare fattori di debolezza in punti di forza, un’azione che, vista la situazione attuale di difficoltà e sofferenza non solo economica, assurgerebbe al miracolo”.

Itaca come sta intervenendo su questo versante?

“La nostra insistenza sulla formazione professionale mi fa dire spesso che le nostre socie fanno le assistenti e le educatrici non per vocazione, ma per mestiere, e che il loro lavoro in Cooperativa non rientra in un percorso di professionalizzazione del lavoro domestico. Che, intendiamoci, esiste e deve essere affrontato, come ha fatto anche l’Organizzazione internazionale del lavoro con provvedimenti che mirano a garantire un impiego dignitoso dei lavori domestici e che tocca il tema della condizione femminile, visto che il lavoro domestico impiega quasi esclusivamente le donne”.

Empowerment al femminile?

“Certo. Alcuni interventi li abbiamo efficacemente realizzati grazie all’accrescimento delle competenze e conoscenze, oppure attraverso la possibilità di accedere e permanere negli organi di governo. Ma esistono diversi livelli di empowerment femminile, diversi target di donne cui ci si rivolge e diversi strumenti utilizzabili. E tra questi la formazione gioca un ruolo rilevante, soprattutto se contestualizzata non solo alle esigenze del lavoro ma finalizzata alla promozione della risorsa femminile.

Le donne in politica…

“Non così significative come invece meriterebbero sono invece tutte quelle azioni che accompagnano e sostengono le donne nel perseverare in iniziative che riguardano le altre sfere del convivere sociale, prima tra tutte proprio la politica. Le riflessioni che derivano dalla mia esperienza fuori da Itaca, ma dentro il mondo cooperativo, mi restituiscono che la partecipazione delle donne alle diverse sfere della vita associativa è, nel migliore dei casi, considerata normale e auspicabile purché “vogliano partecipare”. Senza pensare agli ostacoli che ne impediscono la reale partecipazione. E senza pensare che l’assenza delle donne dai processi partecipativi è dannosa per la società e quindi anche per gli uomini, e la loro presenza è quindi necessaria. All’interno del mio recente incarico a coordinatrice della Commissione Pari opportunità della Lega delle Cooperative del Friuli Venezia Giulia, mi sto adoperando per dare evidenza e oggettività a questa considerazione”.

L’empowerment è un obiettivo primario per Itaca?

“Essere consapevoli del proprio ruolo è un percorso di empowerment, di crescita personale e sociale che non si limita ad analizzare il ruolo delle donne con il contesto lavorativo in quanto madri, figlie, mogli - e vi assicuro che anche non avere nessuno di questi ruoli richiede una spiegazione. Ma che, visto il mestiere proprio di Itaca, chiama in causa i processi sociali che concorrono allo sviluppo di comunità. Processi che investono le donne e gli uomini e che, non potendo sognare politiche miracolose, dovranno concretizzarsi con la sintonia di articolati percorsi partecipativi, che supportino e sviluppino il senso di responsabilità sociale e presuppongano la possibilità di percepire nonché acquisire un adeguato livello di potere per contribuire al cambiamento. L’empowerment non è una destinazione ma un viaggio”.

 

Fabio Della Pietra

 

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