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DONNE, LAVORO E COOPERAZIONE: COSA SUCCEDE IN VENETO

Donne, lavoro e cooperazioneIntervista Cristina Bertucco, presidente della cooperativa sociale di solidarietà di tipo B “San Marco Onlus” di Peschiera del Garda (Verona): «Il male minore, da scegliere qualora le donne continuino a non essere sufficientemente rappresentate, in una società dove il merito non conta. Serve un cambio di mentalità. Una rivoluzione culturale».

 

 

 

Seconda puntata del nostro speciale "Donne, lavoro e cooperazione": intervista a Cristina Bertucco, presidente della coop sociale "San Marco Onlus" di Peschiera del Garda.

 

«La cooperazione veneta ha un lungo cammino da percorrere sul fronte delle cosiddette questioni di genere». A parlare è Cristina Bertucco, presidente della cooperativa sociale di solidarietà di tipo B “San Marco Onlus” di Peschiera del Garda (Verona), che inserisce al lavoro persone svantaggiate e soggetti deboli in settori che spaziano da quello della pulizia e manutenzione in ambito civile e industriale, agli assemblaggi meccanici, passando per i sevizi di facchinaggio. «Se oggi mi guardo intorno, nelle cooperative vedo ancora per la stragrande maggioranza uomini nei ruoli di presidenza e vicepresidenza, e seduti nei consigli di amministrazione».

Ancora molto da fare quindi, gli inglesi direbbero “A long way to go”.

«È importante aprire una discussione sul tema della rappresentanza, a partire dalle stesse donne, che devono imparare a restare unite fra loro, a “fare massa critica” cominciando dal sostegno accordatosi con il voto nei cda».

La Bertucco guida la San Marco Onlus assieme al vicepresidente (uomo) e al terzo consigliere (donna): «Mi hanno eletta presidente nel ’93. Allora ero giovane, appena ventenne. Sono stati anni faticosi, in cui ho lottato perché il contratto di lavoro previsto per legge, l’equa retribuzione e l’acquisizione di specifiche competenze venissero garantite a tutti, superando logiche assistenziali e volontaristiche che in passato la facevano da padrone specie quando si trattava di soggetti svantaggiati». Nessuno stupore quindi se quando uscì la legge 68 del 1999, che normava il diritto al lavoro dei disabili, molti imprenditori del territorio alla ricerca di lavoratori già formati da inserire in azienda si siano rivolti direttamente a lei, bypassando le liste di collocamento e gli uffici provinciali del lavoro.

Al momento le donne sono 52 su 112 soci lavoratori e, «a eccezione di una quindicina di loro che presenta disabilità fisiche o problemi psichiatrici, le altre sono donne separate e sole, con difficoltà nel prendersi cura dei propri figli, com’è facile immaginare. In questa società, una donna senza un compagno accanto si trasforma in un soggetto debole con estrema facilità, specie quando non può contare su una solida rete familiare che la supporti: diventa quasi impossibile per lei trovare un’occupazione che le permetta di conciliare il ruolo di lavoratrice con quello di madre. In passato poi, abbiamo avuto donne che avevano subito violenza, purtroppo anche nella nostra regione questi casi sono più numerosi di quanto si possa immaginare».

La cooperativa offre un ambiente “protetto”, garantendo alle donne flessibilità di orari e mansioni: numerosi part-time, nessun turno di notte o in zone isolate, full-time solo per chi ha la possibilità di inserire il figlio in una struttura scolastica a tempo pieno. Questo per il tempo necessario a “rimettersi in sesto” e ad essere in grado di reinserirsi nella società trovando un altro impiego, perché: «non vogliamo diventare un ghetto» dichiara questa cooperatrice di lungo corso, che guardando ai rapporti di genere, nel lavoro e nella società, afferma: «I giovani sono meno influenzati dai modelli culturali del passato, ma specie gli uomini dai quarant’anni in su rimangono ancora difficili da coinvolgere in percorsi e pratiche di inclusione delle donne. Anche la cooperazione presenta queste dinamiche ed è un peccato, perché fra i due sessi dovrebbe esserci una relazione fatta di complementarietà e reciprocità». 

Sulle quote rosa nelle istituzioni pubbliche - così come nei consigli di amministrazione delle imprese - Bertucco è scettica, e taglia corto: «Il male minore, da scegliere qualora le donne continuino a non essere sufficientemente rappresentate, in una società dove il merito non conta. Serve un cambio di mentalità. Una rivoluzione culturale».

Francesca Carbone

 

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