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IL 25 NOVEMBRE PER DIRE BASTA ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

Giornata internazionale contro la violenza sulle donneIntervista Angela Romanin che si occupa di formazione e sensibilizzazione in tema di violenza di genere dal 1997, per progetti rivolti alle scuole, alle operatrici dei Centri antiviolenza in Italia e all’estero, a gruppi di donne, agli operatori e operatrici sociosanitari e alle forze dell’ordine, Enti locali.

 

 

Angela Romanin è nata nel 1957 ed è socia e operatrice di accoglienza della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna dal 1994. Ha contribuito alla stesura del manuale europeo Away from Violence: Guidelines for setting up and running a women’s refuge – Via dalla violenza. Manuale per l’apertura e la gestione di un centro antiviolenza, all’interno del progetto Daphne 2003-2004.

La Casa per le donne per non subire violenza è attiva nel territorio bolognese ormai da oltre vent’anni. Come è nata la vostra associazione e quest’esperienza in anni che sembrano ormai molto lontani e dove della violenza sulle donne si parlava assai meno? 

Nel 1985 a Bologna vi furono due casi di stupro contro tre ragazze minorenni. Alcune assemblee convocate presso il "Centro di documentazione delle donne" diedero origine a un dibattito sulla violenza contro le donne, che subito evidenziò la carenza di strutture in città per quelle che subivano una qualsiasi forma di violenza. Si formò un gruppo nutrito di donne che cominciò a incontrarsi regolarmente. Anche a seguito del fatto che al Centro continuavano ad arrivare telefonate di donne picchiate che chiedevano aiuto, il discorso si allargò dallo stupro alla violenza intrafamiliare, tanto diffusa quanto nascosta. Si cercò di elaborare una proposta, da presentare agli Enti locali, per una struttura cittadina in grado di accogliere e aiutare concretamente le donne che subiscono violenza, con le/i loro bambine/i. Da una prima indagine sui Centri di donne operanti in Italia, emerse subito che nel nostro Paese esistevano numerosi centri di consulenza legale, generalmente costituiti da donne, avvocate e psicologhe, ma mancavano del tutto le Case-rifugio, esperienza che invece all'estero, già in quegli anni, godeva di una storia più che decennale. Cercando di capire il perché di questa assenza, alcune evidenziarono il difficile rapporto delle donne italiane con le istituzioni e il timore, da molte condiviso, di fare della pura assistenza, di non favorire un'affermazione di autonomia della donna, restando nel segno di una tradizione di patronage che si perpetua in qualche modo ancora oggi nella concezione dei servizi sociali. Il gruppo si orientò verso la richiesta di un finanziamento pubblico, credendo nella necessità di creare "istituzioni femminili", di segnare politicamente le istituzioni con una presenza di genere. La costituzione del gruppo in Associazione e, parallelamente, la sottoscrizione nel 1990 di una convenzione con il Comune e la Provincia di Bologna sono stati i due momenti fondanti di un percorso che ha visto da una parte un grosso impegno di relazione con quelle donne all'interno delle istituzioni che hanno creduto nel progetto, e dall'altra il riconoscimento e la valorizzazione di uno spazio femminile autonomo e autogestito. Una pratica che a Bologna aveva trovato un importante antecedente proprio nell'esperienza decennale del "Centro di documentazione e ricerca delle donne". Con l'apertura della "Casa delle donne per non subire violenza" nel febbraio 1991, in città si è aggiunto quindi un nuovo spazio sessuato, un luogo che riconosce come interlocutore privilegiato per la propria attività e identità culturale e politica il sapere e le esperienze che altre donne hanno prodotto in Italia e all'estero. Contemporaneamente alla Casa di Bologna è stata aperta la Casa delle donne maltrattate di Milano, dove già esisteva un Centro di accoglienza, le Case di Modena, Roma e Parma seguirono l'anno successivo. Altre ancora sono state aperte in seguito. Da allora la Casa delle donne ha continuato a ricevere finanziamenti pubblici, ma – dato che questi via via sono sempre calati – nel tempo è stato implementato un settore di fundraising per sostenere l’attività e i servizi che nel frattempo si sono sempre più sviluppati.

In che cosa consiste il supporto che offrite?

 

Un sostegno gratuito, anonimo, di parte, relazionale e pratico per la realizzazione di percorsi di protezione e uscita dalla violenza di genere, concordati con la donna e solo con il suo consenso: colloqui telefonici, personali e di gruppo; sostegno e orientamento lavorativo; sostegno alla genitorialità per le madri: aiuto nella relazione con le figlie e i figli; sostegno psicologico ai minori vittime di violenza; consulenza legale e sanitaria: attivazione di avvocate, aiuto nella gestione del rapporto con le forze dell’ordine e per l’accesso ai servizi sociali e sanitari; ospitalità in 3 case rifugio a indirizzo segreto; 7 alloggi di transizione verso l’autonomia; sostegno e accoglienza alle vittime di sfruttamento sessuale e tratta; progetti e tavoli di rete; formazione a tutte le professioni (forze dell’ordine, avvocati, psicologi, medici, assistenti sociali, operatrici di altri centri antiviolenza, ecc.); sensibilizzazione nelle scuole; studi, ricerche, raccolte dati; promozione e comunicazione, fundraising, seminari, convegni, Festival La violenza illustrata (in occasione del 25 novembre).

Nel vostro operato, in questi anni, come avete visto mutare le richieste di aiuto che avete ricevuto? E come è mutata la sensibilità verso questo problema?

Sempre più donne si rivolgono a noi. Ultimamente arrivano anche molte ragazze giovani per violenze subite dal fidanzato e violenze da parte dei familiari. Dal 2007 la richiesta di aiuto è aumentata sensibilmente e il discorso pubblico ha cominciato a nominare la violenza di genere e i modi per contrastarla. Nel 2007 è stata pubblicata la prima indagine Istat sulla violenza e i maltrattamenti contro le donne – finora l’unica! – e questo ha aiutato a definire i contorni di un fenomeno su cui gravavano ancora molti pregiudizi e false convinzioni. Ora molti soggetti parlano di violenza, i media, la politica ha cominciato a interessarsene, anche se non sempre in modo competente.

Spesso nell’opinione pubblica permane l’idea della violenza su una donna perpetrata da uno sconosciuto mentre sappiamo che i dati confutano questa idea. Qual è la vostra esperienza? Quali sono i dati della nostra realtà?

L’Istat ci dice che nella stragrande maggioranza dei casi l’autore di violenza è conosciuto dalla vittima: è il partner o l’ex; un altro familiare; un conoscente, collega di lavoro, vicino di casa, ecc. raramente è uno sconosciuto: Le violenze avvengono principalmente tra le mura domestiche. I partner sono responsabili della maggior parte degli stupri. Al nostro centro arrivano donne che chiedono aiuto soprattutto per violenza da parte del partner o ex. Si tratta di violenze gravi o gravissime. Quando ci sono figli, vengono coinvolti anche loro, o direttamente, o indirettamente (violenza assistita) quando assistono alle violenze del padre sulla madre. Sono donne impaurite, traumatizzate, che non sapevano più a chi rivolgersi, che si sono viste sbattere le porte in faccia anche dai familiari a volte, che sono state colpevolizzate per la violenza che subiscono (“è colpa tua perché hai scelto un uomo così”, “cosa stai a fare ancora lì, perché non te ne vai, non vedi che fai star male i tuoi figli, ecc.”, “ma cosa vuoi fare? Sfasciare una famiglia? Per così poco? Uno schiaffo può scappare a tutti, tutte le coppie litigano, poi lui ti ha anche chiesto scusa, ecc.”). Si sentono impotenti, hanno paura, sanno che se se ne vanno, se denunciano, se chiedono aiuto, rischiano ritorsioni ancora più pesanti da parte di lui e non sanno come fare, come uscirne. A volte sono dipendenti economicamente, o perché non lavorano (lui gliel’ha impedito o gliel’ha fatto perdere), o perché lui si impadronisce del loro reddito, o perché lui le ha obbligate a firmare debiti, mutui, carte false, a volte truffe; non passa soldi in casa; non mantiene i figli dopo la separazione, ecc. Non hanno soldi per pagare l’avvocato, non conoscono i propri diritti, lui le ha costrette a credere che se si allontanano perderanno la custodia dei figli perché non sono delle buone madri, non possono mantenerli, ecc. È una specie di vortice in cui la donna viene intrappolata. Al centro può trovare un’operatrice esperta che le può dare informazioni competenti, aiutarla a riprendere la sua capacità decisionale, valutare insieme a lei il rischio che sta correndo, rafforzarla nella messa a punto di un piano di protezione individualizzato.

In relazione sempre a questo punto, un altro luogo comune spesso verte sull’aumento di presenza di cittadini stranieri all’interno delle nostre comunità che vengono visti come portatori di nuove violenze, sia generiche che legate ad una precisa cultura. Qual è la vostra esperienza rispetto a questo?

La violenza di genere è trasversale a tutte le culture, ai ceti sociali, al livello di istruzione, ecc. Circa il 70% delle donne che si rivolgono al nostro centro sono italiane. Anzi, le donne più a rischio (lo dice l’Istat) sono le separate, le dirigenti, le manager, le laureate. Infatti la percentuale di violenza è maggiore al nord rispetto al sud (nella nostra regione il tasso delle donne adulte che ha avuto violenza fisica/sessuale nel corso della propria vita è del 38,2%, mentre la media nazionale è del 31,9%). Due terzi dei femicidi (omicidi di donne per motivi di genere, in quanto donne) avviene al nord. La stessa tendenza la troviamo se ci spostiamo dal sud al nord Europa. Si veda la ricerca: «Quaderni di città sicure» n. 35, gennaio/febbraio 2010, a. 15, Regione Emilia-Romagna, Violenza di genere e sicurezza delle donne in Emilia-Romagna, a cura del Servizio Politiche per la sicurezza e la polizia locale. È scaricabile dal link: http://www.allapari.regione.emilia-romagna.it/hp/conoscere-le-indagini-e-i-rapporti-regionali-piu-recenti/approfondire/quaderno_violenzadigenere

Da vari anni siete impegnati in interventi di sensibilizzazione come il Festival “La violenza illustrata” che si terrà nel mese di novembre a Bologna. La violenza sulle donne si può quindi definire un fatto culturale su cui interventi di questo tipo vanno ad incidere?

L’ONU nella sua Declaration on the elimination of violence against women,adottata il 20 december 1993, New York, dichiara che la violenza di genere è “ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danno o sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata” (art.1) e che “…la violenza contro le donne è la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro, e ha impedito un vero progresso nella condizione delle donne …”. Sottolineando così la vera causa della violenza, che è strutturale, culturale. Questo non significa esimere gli individui dalla responsabilità degli atti che compiono (ogni uomo che usa violenza compie reati di cui deve rispondere), ma possiamo dire che “il via libera” viene dato, viene sostenuto dalla cultura (la NOSTRA), viene condonato, negato, minimizzato, giustificato (“è straniero, è pazzo, è malato, è alcolista, è stato maltrattato da piccolo, è stressato, è tossicodipendente, è stato licenziato, è discriminato dagli altri perché straniero, ha solo perso il controllo, ecc.”). È questa cultura che permette, condona, minimizza, giustifica, nega la violenza di genere che va combattuta; la cultura che giudica le donne inferiori, incapaci, da sottomettere, da “educare”, da contenere, da “proteggere” nel senso di controllare, da punire. Il festival, al di là della denuncia di questa situazione, vuole portare esempi positivi, far conoscere modi di contrastare questa cultura, far parlare le donne, le giovani generazioni, gli uomini che prendono le distanze da questa malintesa “mascolinità” intesa come esercizio della violenza sugli altri.

Un’ultima domanda, dopo che abbiamo dato un quadro delle azioni fin qui messe in campo: come pensate il futuro della vostra associazione? Quali progetti e ulteriori iniziative prevedete?

Stiamo per aprire un appartamento per l’ospitalità in emergenza 24h, finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio. Siamo impegnate in studi e ricerche annuali (una regionale sui dati di accoglienza di tutti i centri antiviolenza, una sul femicidio a livello nazionale: entrambe verranno presentate il 20 novembre nel festival) e continueremo l’impegno nelle reti di cui facciamo parte: Reti e tavoli cittadini; Coordinamento dei centri antiviiolenza dell’Emilia-Romagna; D.I.Re – Donne in rete contro la violenza (associazione nazionale dei centri antiviolenza); Wave – Women Against Violence Europe (ass. Europea dei centri antiviolenza); Global shelter network forum (ass. mondiale dei centri antiviolenza) con l’idea di sviluppare politiche di genere a sostegno di un contrasto efficace alla violenza (ad es. lo sviluppo di un Piano regionale, nazionale Antiviolenza; l’Ordine di protezione europeo; ecc.).

Giulia Casarini

 

 

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