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SICUREZZA, CARCERE E OPG: PARLA ANTIGONE

 

La stagione dei “pacchetti sicurezza” sembra essere cessata; una stagione legislativa caratterizzata dalla produzione di norme penali eterogenee che avevano un unico comun denominatore: l’individuazione di capri espiatori, la cui punizione avrebbe lavato l’intera società di tutti i peccati. Immigrati, rom, writers e lavavetri sembravano avere nel Dna i geni del male, da estirpare con la forza della macchina repressiva dello Stato. E’ certamente presto per capire se la legge anticorruzione segni un cambio di rotta nella politica criminale o rimanga, piuttosto, un’isolata risposta a fatti di corruttela divenuti intollerabili perfino nel “Belpaese”.   

Di quella politica securitaria, che nasce tuttavia da lontano e che presumilmente continuerà in altre forme, ne rimane traccia nelle nostre carceri. Secondo i dati del Ministero di Grazia e Giustizia, la popolazione straniera detenuta rappresenta il 35% del totale (23.830 unità, a fronte di un totale di 66.811), mentre i detenuti per violazione del testo unico sugli stupefacenti, così come modificato dalla “Fini-Giovanardi”, si aggirano intorno al 40%.

Il sovraffollamento e il desiderio di morire democristiano.  

La capienza regolamentare, vale a dire il numero massimo di detenuti che potrebbero contenere i nostri Istituti di pena, ammonta a 45.584 unità: entro questi limiti, il nostro Paese sarebbe rispettoso degli standard minimi in tema di diritti umani delle persone detenute. Mentre scriviamo le nostre carceri contengono 66.811 persone. In pratica, l’Italia ha un debito di circa 21.000 unità verso le normative internazionali in tema di diritti umani.

Come ridurre questo deficit? A chi scrive, piacerebbe un sistema penale formato da poche fattispecie di reato e punite con la sanzione del carcere solo laddove non risultino applicabili altre sanzioni penali (l’idea del carcere come extrema ratio). Un tentativo in tal senso lo fece Giuliano Pisapia nel 2007, allorchè presiedeva la Commissione per la riforma del codice penale; un progetto di codice (“Pisapia”, appunto) che avrebbe avvicinato l’Italia alle democrazie del Nord Europa, a cui – sotto diversi profili – facciamo tanti sforzi per avvicinarci. Ad altri piace l’idea della costruzione di nuove carceri, ma – per fortuna - la crisi finanziaria dello Stato non lo consente.   

Sarebbe forse è il caso, allora, di incrementare le misure alternative alla detenzione. Nel Novembre del 2011 si insedia a Via Arenula un tecnico puro: Paola Severino. Avvocato e docente universitario di diritto penale, in fatto di carceri, ha al suo attivo lo “svuota-carceri” (che, è sotto gli occhi di tutti, non ha svuotato alcunchè…) e un disegno di legge recante il suo nome. Il disegno di legge “Severino” prometteva l’allargamento delle maglie dell’accesso alle misure alternative alla detenzione e l’introduzione della messa alla prova anche per gli adulti; sembrava tornare in auge l’idea del diritto penale minimo: il progetto si è disperso nei meandri del Parlamento. Peccato, quasi ci avevamo creduto.

Rimangono l’amnistia e l’indulto, provvedimenti di clemenza generali a cui si fa periodicamente ricorso per svuotare le carceri. Si tratta di misure-tampone che non risolvono certo i problemi strutturali ma che, almeno, evitano l’implosione del sistema penitenziario. Tuttavia, le elezioni sono vicine e nessuna forza politica si assumerà la responsabilità di ulteriori misure sgradite all’elettorato. L’ultimo indulto risale al 2006, quando Ministro della Giustizia era Clemente Mastella. La legge di indulto venne approvata a fine Luglio, quando gli italiani sono fisicamente o mentalmente in vacanza; venne approvata ad inizio della legislatura, quando le elezioni sono lontane. Geniale: “Voglio morire democristiano” scriveva provocatoriamente, al riguardo, Salvatore Verde, sociologo ed operatore penitenziario. Sono passati sei anni e il desiderio di morire democristiano, non solo non si è attenuato, ma è anzi aumentato.      

La spending review in carcere: la pena deve tendere meno … alla rieducazione del condannato.    

Oltre alle scelte di fondo in fatto di politica criminale e all’idea di pena che, in un dato momento storico, si vuole fare prevalere, l’attualità impone di toccare anche il tema delle risorse economiche; ed invero la la cura dimagrante, a cui è sottoposto lo Stato, ha riguardato anche il sistema penitenziario, e con effetti distorsivi ad esso peculiari.   

Sembra che i tagli di Monti al personale dirigenziale, determineranno una riduzione della presenza dei direttori con conseguente aumento del rilievo della polizia penitenziaria. In particolare, in alcuni istituti di pena è concreto il rischio della sostituzione della figura del Direttore con quella del Comandante della Polizia penitenziaria, determinandone una sorta di militarizzazione e un vulnus all’idea di un modello di carcere governato da un Direttore civile.  

Del resto, che questa sia un tendenza in atto è comprovato dal mero scorrimento dei dati relativi alle presenze professionali che, attualmente, ruotano attorno al mondo-carcere: 415 dirigenti, 516 commissari, 1007 funzionari giuridico-pedagogici, 1062 funzionari di servizio sociale, 32.127 poliziotti penitenziari di ogni ordine e grado.   

E’ evidente che l’equilibrio tra sicurezza e trattamento (intra ed extra-murario), è già oggi sbilanciato verso il primo elemento, con buona pace di quella funzione rieducativa della pena, che sola può portare a quel processo di responsabilizzazione della persona-detenuta nel corso dell’esecuzione della pena.    

La futura chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).

Dopo circa un secolo di vita, gli ospedali psichiatrici giudiziari sono destinati a chiudere: il Governo in carica è chiamato a gestirne la chiusura. Sembra facile.

L’idea di appositi istituti per i “rei folli” (autori di reato recanti un disagio psichico) venne elaborata a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. I manicomi criminali - di fatto operanti nel nostro sistema penitenziario già a fine Ottocento - ebbero tra i propri teorici Cesare Lombroso, fautore dell’idea secondo cui i fattori biologici e le caratteristiche somatiche dell’individuo  influissero nella genesi del crimine.

Legge n° 9 del 2012 ha posto il termine ultimo per il “definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari” al 1° Febbraio 2013: verranno sostituiti da strutture esclusivamente sanitarie, con vigilanza esterna. Oramai nessuno crede più che il termine di chiusura verrà rispettato e, nell’attesa della proroga, emergono già dei nodi problematici.

Innanzitutto, rimane in piedi il meccanismo della misura di sicurezza, caratterizzata dalla prorogabilità: in pratica, l’autore di reato recante un disagio psichico riacquista la libertà solo in caso di guarigione, per cui avremo ancora il fenomeno degli “ergastoli bianchi” (individui che, di proroga in proroga, passano la vita rinchiusi). In secondo luogo, una parte della popolazione internata verrà presa in carico dal sistema di salute mentale delle Asl Un sistema che è, in larga parte del territorio nazionale, basato su strutture residenziali affidate a gestori convenzionati della sanità privata. Una volta entrato in questo circuito il sofferente psichico, il cui costo retta di aggira sui 100 euro al giorno, si trasforma in puro profitto in sembianze umane.

Infine, un’altra parte di internati finirà nelle nuove sezioni psichiatriche dedicate che si stanno aprendo in molte istituti di pena: chi scrive, in qualità di membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione, ha visto le celle in corso di allestimento al Carcere femminile di Pozzuoli e al Carcere di Napoli-Secondigliano. Il paradosso che si sta creando è quello di un sistema che chiude gli Opg e apre le porte del carcere ai sofferenti psichici. Che il carcere non sia il luogo deputato alla cura del disagio mentale, ne si ebbe  consapevolezza già nell’Ottocento: “[…] pei criminali divenuti folli e pei folli che divengono criminali, la prigione è un’ingiustizia”. Parola di Cesare Lombroso.

 

Mario Barone – Presidente di Antigone-Campania

 

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