logo nelpaese

WELFARE: NEI COMUNI SCOPPIA IL CASO ASSISTENZA DOMICILIARE

 

 

 

Un servizio strategico, un pezzo fondamentale del welfare, da cui dipende in buona misura la qualità di vita delle persone disabili e anziane e delle loro famiglie: l’assistenza domiciliare, fornita dai diversi comuni, secondo forme e modalità differenti, rischia di “scoppiare”, almeno in alcuni territori. Roma e Napoli rappresentano, in questo momento, due esempi particolarmente significativi: nella capitale, gli utenti assistiti dal servizio rappresentano poco più della metà degli aventi diritto. La situazione non è migliorata, ma anzi pare addirittura peggiorata, con la delibera 355/2012, voluta dalla precedente giunta e avviata in alcuni municipi, i cui effetti più immediati sono stati ulteriori tagli alle prestazioni, con notevole disagio di utenti e famiglie. Si prepara, a quanto pare una revisione della riforma. A Napoli, intanto, il servizio è addirittura interrotto: più di 900 i cittadini rimasti senza assistenza domiciliare, mentre i lavoratori delle cooperative perderanno il posto di lavoro: all’origine, del grave disagio, i ritardi nei pagamenti dovuti dall’amministrazione alle cooperative stesse.

Roma

Attualmente, sono circa 4.500 gli utenti disabili in carico al servizio di assistenza domiciliare a Roma: 2 mila, ovvero poco meno della metà, quelli in lista d’attesa. La situazione è ancora più critica per gli anziani: nel loro caso, il servizio prende il nome di Saisa e copre circa 4mila utenti, mentre ne lascia scoperti quasi altrettanti (3.700). Questa, in cifre, la fotografia più recente di uno dei servizi di assistenza fondamentali nella capitale. Per fare un quadro storico e attuale della situazione, a partire da questi dati, Redattore Sociale ha interpellato l’assessorato al Sostegno Sociale e Sussidiarietà. “Al di là delle liste d’attesa – riferiscono - la situazione è più critica rispetto al passato, soprattutto per i più gravi che hanno visto ridotta o messa in dubbio la loro assistenza domiciliare. Per questo motivo, stiamo predisponendo una cabina di regia e i tavoli di lavoro per la riforma complessiva della DGC 355/2012, che si proponeva di abbattere la lista d’attesa ma non ha realizzato neppure parzialmente i suoi intenti. I dati che ci forniscono i Municipi parlano di una situazione immutata riguardo alle liste d’attesa”.

La Dgc 355, che dallo scorso anno disciplina il servizio, “è nata con l’obiettivo di superare l’impianto della 479/2006, lamentando l’eccessiva rigidità dei cosiddetti "pacchetti di servizio", il mancato adeguamento dei costi del personale impiegato nei servizi domiciliari, la condizione di forte instabilità del sistema dell’assistenza domiciliare e di conseguenza la scarsa possibilità di programmazione per gli enti gestori dei servizi”. La razionalizzazione del servizio fu affidata prima alla Dgc 317/2011, cui seguì appunto la 355. I principi fondamentali su cui doveva essere costruito il nuovo modello erano “interessanti e condivisibili: non c’erano però novità strutturali significative rispetto alla 479/2006, né un cambiamento di paradigma su cui far ruotare l’assistenza domiciliare.

Principi positivi, risultati negativi. Si è trattato in definitiva di una revisione dei budget dei pacchetti, dei costi delle prestazioni e della scheda valutativa. "Revisione purtroppo peggiorativa". Nel dettaglio, sono stati ridotti i budget massimi per i disabili più gravi: “per il livello alto, nella 479 il budget era di 1.800 euro mensili, ora con la 355 è di 1550”. Secondo punto critico: “la scheda valutativa del bisogno è sperequativa: per esempio una persona tetraplegica raggiunge una valutazione di 60/100, il che vuol dire essere riconosciuto come medio-alto e non alto, così come può capitare a un autistico, e questo vuol dire avere oggi il 50% delle ore di assistenza rispetto alla 479. Sono situazioni reali e drammatiche che in questi mesi abbiamo più volte incontrato.”. Terzo aspetto, “più politico: a risorse immutate, innalzare il costo delle prestazioni vuol dire garantire meno ore di assistenza domiciliare. È una coperta corta. Era giusto adeguare i contratti, ma l’innalzamento del costo del lavoro doveva essere supportato da un aumento delle risorse previste per l’assistenza. In caso contrario, come è successo, i municipi non sono stati in grado di garantire la medesima assistenza e sono stati costretti, in molti casi, a ridurre le prestazioni”. C’è poi da aggiungere che “ogni municipio ha applicato la riforma con velocità e metodologie diverse. Per esempio, in alcuni municipi, parallelamente all’entrata in vigore della Dgc 355, si sta concludendo il piano di riordino e di accorpamento dei municipi stessi, il che ha reso tutto più complicato”.

La richiesta di revisione. Contro la riforma e, in particolare, contro i tagli al servizio che, almeno in parte, questa ha prodotto, si sono levate anche le voci di alcune famiglie e associazioni. “In questi mesi abbiamo avuto la fortuna di incontrare e accoglierne molte – riferiscono dall’assessorato - Alcune ci hanno sollevato le molte criticità della Dgc 355/2012 e le molte preoccupazioni sul futuro. Possiamo dire che è soprattutto grazie a loro che oggi abbiamo una visione più chiara dei limiti, i problemi e le mancanze dell’assistenza domiciliare”.

Quali sono, quindi, gli orientamenti attuali dell’assessorato? “Abbiamo certamente intenzione, per molti motivi, di rivedere quanto prima la 355. Però siamo anche esigenti con noi stessi, vogliamo riformare bene il tema dell’assistenza. Per questo ci siamo dati dei tempi per intraprendere in modo serio la riforma e rivederla completamente. Non vogliamo che si limiti, anche questa volta, a ritoccare i budget e a rivedere la scheda di valutazione. Avvertiamo forte il bisogno di un cambiamento di paradigma generale legato all’assistenza: bisogna fare tutti uno sforzo per passare dalla logica dei pacchetti a una presa in carico globale della persona, perché l’amministrazione non sembri più passiva e distante dalla popolazione fragile, ma proattiva e coinvolgente. Abbiamo bisogno di istituzioni presenti che sappiano prendere a cuore il bisogno delle persone più fragili”.

I “cerotti sulle ferite”. Nel frattempo, di fronte all’allarme lanciato da tanti utenti e da tante famiglie, messe in difficoltà dalle riduzioni del servizio, “ci è parso necessario intervenire, per quanto possibile e solo a bilancio approvato, per limitare gli effetti negativi della riforma. Una Circolare inviata dagli uffici del dipartimento delle Politiche sociali e Sussidiarietà ha infatti disciplinato le deroghe, previste dalla 355, che prevedono, in caso di particolare bisogno, di poter prevedere budget più alti. Le deroghe previste non erano però disciplinate adeguatamente, perché la delibera definisce in modo generico i fruitori e non prevede un tetto di spesa, cosa che ha comportato grande disomogeneità di applicazione tra i vari municipi. Questo ci ha permesso di delineare, coinvolgendo in modo omogeneo tutta la città, un intervento maggiore a favore dei disabili più gravi, per i quali la 355 aveva comportato, invece, la riduzione dell’assistenza complessiva. È un intervento tampone, un cerotto sopra una ferita significativa. Ora però ci stiamo impegnando nella riforma complessiva del sistema dell’assistenza: speriamo che sia il primo passo verso la cura della ferita e che ci permetta di iniziare ad eliminare i cerotti”

Napoli

L’Adi è un servizio che esiste a Napoli dagli anni ’90, anche se non è stato gestito sempre dagli stessi enti. Il servizio coinvolge in tutto 150 operatori socio assistenziali, più 10 assistenti sociali e 10 impiegati amministrativi impiegati nelle Puat, gli sportelli dislocati su ogni municipalità, dove si può fare richiesta dell’Adi. Quasi tutti gli operatori lavorano al servizio Adi dalla sua nascita, perché nei diversi affidamenti da un ente gestore all’altro è stato sempre previsto il loro passaggio di cantiere, ad eccezione dell’ultima gara di appalto che è in corso e che riguarda solo due municipalità sulle dieci napoletane. Il servizio può essere richiesto dal medico di famiglia, dai servizi sociali del comune o dagli stessi familiari del paziente, al quale viene garantito un accudimento nel proprio ambiente di vita.

Gli interventi, che fanno capo al comune di Napoli e sono affidati in gestione agli enti del terzo settore, sono di tipo sociale: cura della casa, acquisto di alimenti, preparazione dei pasti, disbrigo di piccole commissioni all’esterno. Un’altra parte dell’Adi fa capo all’Asl Napoli 1 e consiste in prestazioni infermieristiche secondo programmi terapeutici stabiliti dal medico di base o specialistico, e di tipo tutelare: igiene e cura della persona. Mentre per gli utenti del Comune l’assistenza domiciliare non ci sarà più, per fortuna invece i circa 1.000 utenti dell’assistenza domiciliare dell’Asl potranno ancora usufruirne.

“Con questa rinuncia si viene a disperdere un patrimonio importante di professionalità – afferma il presidente di Gesco, Antonio Gargiulo - ma anche una delle migliori esperienze di assistenza integrata per anziani e disabili, costruita con tanta fatica a Napoli. Si rischia di dare il colpo definitivo a un sistema di welfare locale già precario. Il dissesto del Comune di Napoli è già cominciato, e inizia dal sociale”.

“Nonostante le dichiarazioni di principio dell’amministrazione comunale, sulla centralità dei diritti delle persone più fragili della nostra comunità, i servizi sociali del comune di Napoli si impoveriscono sempre di più”, scrivono in una nota congiunta Legacoop Campania e Legacoopsociali Campania, che “esprimono tutta la loro preoccupazione circa la deriva pericolosa che le politiche sociali stanno prendendo in città. Legacoop Campania e Legacoopsociali Campania chiedono alle forze politiche cittadine tutte di farsi carico del problema, ritenendo ormai improcrastinabile la convocazione degli stati generali del welfare cittadino per affrontare temi che non possono più aspettare risposte sempre più deludenti ed approssimative”.

Criticità si stanno verificando anche a Firenze, in tanti altri comuni, in Veneto e in Emilia Romagna. Cosa resterà del welfare e dei servizi per anziani e disabili?

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

@nelpaeseit

 

 

Proprietario
Logo Legacoop


Via Giuseppe Antonio Guattani 9, 00161 Roma   |   Tel: 06 844 39348   |   Email: segreteria@nelpaese.it
    Registrazione c/o Tribunale di Bologna m° 8367 del 01/12/2014 direttore responsabile Giuseppe Manzo
 
Sito Realizzato da Virtual Coop