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PER IL TEATRO LA MORTE È CIARLATANA

La possibile contaminazione tra il più grande interprete di Pulcinella della seconda metà dell’Ottocento e il poeta russo Aleksandr Blok con il suo testo teatrale Balagancik. È opera del giovane regista napoletano Emanuele Valenti in scena con “PetitoBlok - Il Baraccone della morte ciarlatana” fino a al 19 gennaio al Piccolo Teatro Bellini di Napoli: “queste maschere/marionette, nessuno le ammazza”

 

 

 

Mettere insieme Totonno ‘o Pazzo, al secolo Antonio Petito, il più grande interprete di Pulcinella della seconda metà dell’Ottocento e sgrammaticato autore di numerosi testi teatrali, e il poeta russo Aleksandr Blok e il suo testo teatrale del 1906 Balagancik (Il baraccone dei saltimbanchi) che Mejerchol’d stesso mise in scena e a cui Stravinskij e Diaghilev si ispirarono per il celebre balletto Petruska. Questo prova a fare (e ci riesce) il PetitoBlok – Il Baraccone della morte ciarlatana con la regia del napoletano Emanuele Valenti (anche nel ruolo del Ciarlatano) e con la presenza di Giuseppina Cervizzi (la Morte), Christian Giroso (Felice Sciosciammocca), Giovanni Vastarella (Pulcinella) Valeria Pollice. Il lavoro è in scena al Piccolo Teatro Bellini ed è in contemporanea allo Zio Vanja di Marco Bellocchio con Michele Placido e Sergio Rubini nella sala grande del teatro.

 

Indagando un immaginario al confine tra la favola e la farsa, il nostro lavoro racconta le tragicomiche sventure in cui si cacciano Pulcinella e Felice Sciosciammocca in fuga da una Signora Morte improbabile e disperata. Questa volta, a dar loro filo da torcere, è un eccentrico Ciarlatano, ex commediante napoletano in esilio nei teatri d'avanguardia di San Pietroburgo, tornato in patria proprio con il progetto di ammazzare, o meglio, cancellare dal mondo del teatro Pulcinella e Felice. Imprigionati nel suo sgangherato Baraccone in compagnia di Colombina, una marionetta meccanica candida e coraggiosa, il nostro duo di avventurosi perdigiorno sperimenta e confonde il lato umano e quello meccanico della paura, della fame e dell’amore.

A questo punto è confusione tra marionetta ed essere umano, realtà e finzione, messaggio lanciato a un pubblico coinvolto dagli attori che scendono giù in platea e chiedono “soldi per mangiare”. C’è un’unica certezza: “queste maschere/marionette, nessuno le ammazza”. La contrapposizione tra teatro classico e moderno è un po’ come il conflitto di eraclitea memoria tra l’essere
e il divenire: è solo apparente, la sua risoluzione sta nel perpetuarsi della maschera napoletana, per sua stessa natura, uguale nel tempo eppure variabile a seconda del contesto storico e sociale in cui prende forma.

“Eppure abbiamo provato stavolta a non salvarli fino in fondo – scrivono gli autori - a non dargliela del tutto vinta, arrabbiati e annoiati come il Ciarlatano, stanchi come lui dei loro vuommeche, dei loro continui siparietti. Il nostro è infatti un lavoro per Petito e contro Petito, un omaggio alla sua anarfabetica scrittura scenica e allo stesso tempo quasi un affondo nei suoi testi. Ancora con il linguaggio della farsa, ma stavolta, a differenza de Il signor di Pourceaugnac, dove Parigi diventava Napoli, e i guizzi di Molière si confondevano con la maschera di Totò, siamo partiti da noi, da un autore napoletano, per andare altrove”.

G.M.

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