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SE L'INFORMAZIONE (SOCIALE) PROVA A CAMBIARE

Con il XX seminario di Redattore sociale si chiude una fase: il patrimonio, le critiche e le proposte per una buona informazione

 

 

La tre giorni di Capodarco, in occasione del ventennale del seminario di Redattore sociale, ci consegna alcune riflessioni. Dal 1993 l'agenzia stampa rappresenta un patrimonio unico, come ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini. Dal "Parlare civile", utilizzando le parole giuste per spiegare i fenomeni, alla formazione per giovani giornalisti fino alla quotidiana attenzione verso temi che i grandi giornali hanno riscoperto con la Crisi: povertà, persone con disabilità, migranti e rifugiati, no profit. In questi anni l'appuntamento annuale e le sessioni monotematica di Milano, Roma e Napoli hanno rappresentato uno "zainetto" fondamentale per aspiranti giornalisti e comunicatori di associazioni, cooperative sociali e grandi organizzazioni: in questi quattro lustri sono passati grandi nomi della ricerca, della sociologia, del giornalismo e delle organizzazioni sociali con tanto materiale da conservare in libreria. Adesso non è solo importante tracciare un bilancio, sicuramente positivo, ma anche bisogna riflettere sulla crisi dell'informazione e la sua trasformazione che colpisce tutti, nessuno escluso.

Accorciare le distanze

Nella giornata di sabato è emerso un aspetto sostanziale: la distanza tra il tavolo dei relatori e la platea molto giovane. In due casi ci sono stati anche momenti di insofferenza. Il primo ha riguardato la capacità di raccontare la vicenda della Terra dei fuochi e del Biocidio. L'incontro con il giornalista Rai Domenico Iannaccone, autore di un reportage per Rai3, e Don Vinicio Albanesi registrava un'assenza: quelli che, tra giornalisti e attivisti, vivono sul campo da dieci anni e la raccontano (per tanto tempo senza essere ascoltati). Il secondo momento è giunto quando al tavolo dei relatori si sono seduti Marino Sinibaldi (Rai), Marco Damilano (Gruppo Espresso) e Marco Imarisio (Corriere della sera). I tre bravissimi giornalisti sono rimasti spiazzati dalla domanda (e dal grido di dolore) di un giovane collaboratore di una testata locale: "come faccio ad applicare ciò che dite se mi pagano 5 euro a pezzo?". Anche nel merito di quella discussione sono stati ammessi i limiti di una "grande" stampa, come ad esempio il bravo Imarisio ha detto sui reportage: "Spesso propongo storie diverse e dal paese, ma tutto deve essere compatibile con l'agenda del giornale".    

Riflessione

Una cosa è chiara: bisogna mischiare le carte e i tavoli dei relatori devono aprirsi alle nuove esperienze. Lo stesso Damilano ha ammesso che la "sacralità" del giornalista non esiste e si è continuamente messi in discussione. Occorre aprire lo sguardo alle innovazione che giungono dal web, ovviamente come strumento e non come contenuto. Nuove contenitori provano a raccontare il Paese dal punto di vista dell'economia civile, delle organizzazioni sociali e della risposta dei cittadini all'attuale fase economica. Occorre mettersi in rete, scambiare approcci vecchi e nuovi, difendere la dignità del lavoro giornalistico e i diritti, essere protagonisti del cambiamento in atto. Insomma, occorre lanciare la sfida dell'informazione sociale fuori dalla sindrome della "nicchia": essere informazione e basta. E questa sfida riguarda tutti, nessuno escluso.

Giuseppe Manzo

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