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EMILIA, UN ANNO DOPO: IO RICORDO

Il 20 maggio 2012 la prima scossa: la paura, il dolore e l'orgoglio di quelle popolazioni

 

I colpi netti, come cazzotti, sotto al letto. Le vibrazioni nella soggiorno, le cornici cadute e la sensazione di mani che ti spingono fuori dal letto. Le grida di Michele, emigrante napoletano stabilito a Modena da oltre 20 anni, per svegliare i suoi figli. Sono queste le immagini che ho impresse nella mente di quel 20 maggio 2012, ore 4.30 circa. Ero lì quella notte dopo aver presentato nel pomeriggio il mio secondo libro. Anche la sera precedente, appena arrivato, avvertimmo bene una piccola scossa intorno all'una e un quarto. 

Ricordo la corsa in strada e quel silenzio tipico di un evento brutto. Ci raggruppammo giù al parco insieme ad altre persone. E dopo nemmeno mezz'ora ecco la terra tremare di nuovo. Un soffio di vento innaturale piegò le foglie e un secondo dopo sentimmo un "serpente" sotto i piedi scuotere l'asfalto. 

Le prime luci dell'alba schiarirono il vai e vieni delle auto, delle persone corse fuori dagli edifici e nel silenzio solo le sirene delle autoambulanze. Nell'incredulità di tutti noi, assonnati e impauriti, furono i notiziari a informarci sui morti e sui crolli. Nella tarda mattinata ho potuto raggiungere Bologna solo in auto attraversando la via Emilia. Alla stazione i display raccontavano di ritardi fino a un'ora e linee bloccate. Dal telefono Luisa raccontava a Michele di altre scosse. 

Quello che è avvenuto dopo è storia di una compostezza e una determinazione. Da una parte la sofferenza per chi è morto in un turno di notte nel capannone crollato e dall'altra la voglia di ricostruire. I volontari accorsi nelle tendopoli degli sfollati sono il primo anello di quella catena solidale. E ancor di più hanno saputo fare le cooperative sociali, danneggiate e colpite nelle loro strutture, che ancora una volta si sono mobilitate per trovare soluzioni all'emergenza. Coop sociali come Gulliver che, solo pochi mesi dopo, hanno riaperto un asilo nido: il luogo perfetto per guardare avanti, guardare al futuro. 

Le settimane successive raccontano ancora di scosse, morti e sofferenza. Parlano di domande senza risposte su quelle trivellazioni e su una terra che si è scoperta drammaticamente vittima delle forze naturali. Una terra fatta di persone, però, che non si arrendono mai. Emiliani, meridionali emigrati e immigrati sono insieme per ricostruire: oggi l'esempio migliore per un Paese diviso, fermo e inconsapevole del proprio futuro. 

Giuseppe Manzo

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