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LA MEMORIA E LE BOCCHE CUCITE

Le parole di Moni Ovadia sulla Giornata del 27 gennaio e una domanda: quanti luoghi di internamento produce la nostra democrazia?

 

 

"Non ebreizzare e israelizzare la Shoah: nei campi ci furono tanti Rom, omosessuali, persone disabili, antifascisti, vagabondi". Moni Ovadia ha usato le parole giuste per trovare il senso della memoria e della Storia in questo 27 gennaio 2014. Si è soliti definire "altra" memoria le storie di una umanità che fu sottomessa, reclusa e uccisa dalun potere governato dall'io dominate nazista. Perchè ricordare e ricostruire non sono esercizi teorici: servono a capire dove si annida oggi il germe della segregazione, della discriminazione e della violazione dell'uomo.

Omosessuali

Dieci, forse 13 mila. È difficile stimare quanti omosessuali siano morti nei campi di concentramento. Valutare con certezza quale sia stata la portata dell’omocausto, come è stato ribattezzato, è un’impresa complessa. Perché, una volta che i carri armati alleati hanno abbattuto i cancelli dei lager nazisti, moltissime delle persone che fino a quel momento erano state costrette a indossare una divisa a righe con cucito un triangolo rosa, hanno preferito ritirarsi nell’anonimato, perché la persecuzione, per loro, ancora non era finita.

“Quello che non si dice – spiega Marco Reglia, referente per le iniziative sulla memoria di Arcigay – è che la repressione degli omosessuali, che nel periodo nazista ha fatto registrare il suo picco, era in vigore prima di Hitler e lo è stata dopo”. Molti dei sopravvissuti, infatti, vennero riarrestati, perché il Paragrafo 175 del codice penale tedesco – in vigore dal 1871 – che aveva portato al loro arresto lo rimase sino al 1969 e, anche se in parte riformato, venne abolito definitivamente solo nel 1994: il Paragrafo 175 considerava un crimine ogni gesto tra uomini giudicato sconveniente. “Nel periodo nazista l’omosessualità era considerata un handicap, una malattia contagiosa che avrebbe potuto compromettere la perfezione della razza ariana – continua Reglia –: era, quindi, un problema interno”. Si iniziava tentando di curare la malattia: moltissime sperimentazioni vennero fatte sugli omosessuali nei lager (la percentuale dei morti è stimata intorno al 60 per cento, nel caso di prigionieri politici è del 41). Poi, si passava alla castrazione: “Moltissime volte erano gli stessi omosessuali a chiederla: si sentivano sbagliati”.

Rom

“Nel Giorno della Memoria, il ricordo va a tutte le vittime del genocidio. Tra di essi vogliamo non dimenticare i Rom e i Sinti nel 1939 internati in campi di concentramento in Italia, deportati in Germania e Polonia e poi trucidati, vittime di leggi razziali che hanno dimenticato e tradito l’uguaglianza e la dignità di tutte le persone”. Così la Fondazione Migrantes, che ha pubblicato un libro di suor Carla Osella sul genocidio Romedito dalla Tau: un viaggio nei luoghi del genocidio Rom, per non dimenticare.
“Nel 1939 – ricorda Migrantes - iniziarono i rastrellamenti dei Rom della Germania e dell’Austria, poi deportati in Polonia. Nel 1941 migliaia di Rom serbi furono massacrati. Nel gennaio 1942 la stessa sorte toccò ai Rom della Crimea e dell’Ucraina. In occasione di esecuzioni di massa degli ebrei, un’ordinanza del Comando tedesco del 16 dicembre 1942, impose il trasferimento di tutti gli ebrei d’Europa ad Auschwitz, dove trovarono la morte almeno 16 mila Rom”.

La poetessa gitana Bronislawa Wajs, detta Papusza, morta nel 1987 e di cui non si sa l’anno di nascita, ha ricordato così nella poesia ‘Lacime di sangue’ il genocidio del popolo Rom: “Oh, caro popolo/Non mi piace ricordare tanta infelicità/Il mio cuore si gela e piange./Ma devo cantare/I malvagi desiderano la guerra/Sappiano dunque quanto è terribile./ Dio ci protegga tutti/ dalla grande miseria, dalla grande prova, dalle lacrime di sangue./ Quanto ha sofferto il bimbo ebreo, il cuore di una madre gitana e il bambino gitano”.

E oggi?

Quante volte abbiamo usato la parola lager ai tempi della democrazia? Troppo banale eppure evidente è il riferimento ai Centri di identificazione ed espulsione. Non solo, nel nostro Paese ci sono altri luoghi di internamento che attendono di essere chiusi: gli Ospedali psichiatrico giudiziari. Uomini e donne vivono quella stessa condizione senza poter parlare o rifiutandosi di farlo: ieri al Cie di Ponte Galeria altri migranti si sono cuciti la bocca. La memoria è racconto, immagini e parole. Se nelle nostre città ci sono sbarre che annullano la dignità e tappano la bocca allora stiamo già tradendo questa stessa memoria.

Giuseppe Manzo

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