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ROM E SINTI, LA GIORNATA INTERNAZIONALE: ITALIA BOCCIATA DALL'ONU SUI DIRITTI UMANI

 

 

L'8 aprile si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale dei Rom e dei Sinti, istituita in ricordo dell'8 aprile del 1971, quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si costituì la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta dall'ONU nel 1979.

Nel nostro Paese i Rom sono spesso materia di razzismo, pregiudizi e strumentalizzazioni a fini politici e vengono dati in pasto alla rabbia popolare come cause di qualsiasi male di un territorio cittadino. Eppure il nostro Paese è stato bocciato dal Comitato Diritti Umani dell’Onu che ha giudicato il livello di raggiungimento e godimento di alcuni diritti fondamentali nel nostro paese.

Nelle raccomandazioni del Comitato elaborate all’interno del capitolo “Discriminazione contro Rom, Sinti e Caminanti”, si legge infatti una particolare preoccupazione per l’assenza di rimedi legali rivolti alle comunità rom e sinte che hanno subìto pesanti violazioni dei diritti umani durante il periodo dell’emergenza nomadi tra maggio 2008 e novembre 2011; per i continui sgomberi forzati; per la scelta di reiterare la politica di campi monoetnici per soli rom e – infine – per l’imposizione di norme securitarie all’interno dei “campi” segreganti.

«Il parere e le raccomandazioni del Comitato ONU assumono un valore ancora più rilevante in questo particolare momento storico – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio - considerato che il Comune di Napoli sta ultimando la costruzione di un nuovo insediamento per soli rom ed è in attesa di procedere allo sgombero forzato di circa 1.300 persone il località Gianturco e visto che il Comune di Roma ha confermato il bando per la costruzione di un nuovo “campo”, cedendo per l’ennesima volta alla tentazione di investire sui ghetti etnici riaprendo di fatto la triste stagione dei “campi rom”».

Roma

Mancanza di rispetto dei principi raccomandati dalla Commissione Europea, assenza di finanziamenti certi e di consultazioni adeguate, processo di “scrematura” con probabile ripresa dei cicli di nuove baraccopoli e occupazioni abusive, rafforzamento di perversi e costosi circuiti assistenziali. E’ questo l’allarme lanciato da Associazione 21 luglio sul percorso di superamento dei campi rom deciso dal Comune di Roma.

Nel programma elettorale della sindaca Virginia Raggi era scritto: “Per ciò che concerne la gestione dei campi Rom, saranno attuate le misure già previste dalla Comunità Europea, come recepite dal Governo, relativamente al progressivo superamento dei campi stessi”. A 9 mesi dall’insediamento, la Giunta Raggi sembra invece andare in una direzione opposta a quella prevista dalla Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom redatta dal Governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione Europea n. 173/2011.

Dopo la Memoria di Giunta del 21 novembre scorso che fissa il cronoprogramma delle azioni, la Delibera della Giunta Capitolina del 16 dicembre che istituisce il “Tavolo cittadino per l’inclusione delle popolazioni Rom, Sinti e caminanti”, la prima convocazione del Tavolo istituzionale con l’approvazione di una bozza semi-definitiva del “Piano di Roma Capitale per l’Inclusione delle popolazioni rom, sinti e caminanti”, è stato possibile entrare nel dettaglio del percorso previsto dal Comune di Roma visionando la documentazione depositata dall’Avvocatura Capitolina costituitasi in un procedimento pendente dinanzi al Tribunale Civile di Roma.

Tale percorso, rivolto esclusivamente ai circa 4.500 rom presenti negli insediamenti formali, e quindi dimentico dei restanti 3.000 presenti in quelli informali e tollerati, prevede tre tappe: espulsione dai “campi” dei soggetti privi di regolare documentazione, valutazione dei bisogni sociali e inserimento in strutture intermedie per l’accoglienza. Nella bozza semi-definitiva del “Piano” uscita il 31 gennaio 2017 dal Tavolo istituzionale si scende nei dettagli del percorso: viene prevista la chiusura dei servizi sociali e la sospensione, negli insediamenti dove è presente il servizio pubblico, dell’accompagnamento scolastico; tra i nuclei famigliari verranno considerati beneficiari solo quelli con residenza anagrafica e disponibili alla partecipazione a piani individualizzati di inclusione sociale subordinandoli all’adempimento degli obblighi scolastici; non viene prevista nessuna azione per regolarizzare la posizione degli “apolidi di fatto”.

Un passaggio-chiave del percorso riguarda le “strutture intermedie”. Per avviarne la realizzazione il Comune di Roma ha sbloccato nei giorni scorsi la procedura per realizzare un nuovo “campo” nel Municipio XV (o Municipi limitrofi). Un insediamento che costerà alle casse comunali più di 1,5 milioni di euro e che, per costi e caratteristiche di gestione, assomiglierà molto ai “villaggi attrezzati” voluti dall’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno, dove, a fronte di una presunta temporaneità, la spesa per l’inclusione sociale è quasi nulla e quindi sono azzerate le possibilità di superamento.

Associazione 21 luglio ha analizzato il percorso introdotto dal Comune di Roma individuando nello stesso l’assenza dei principi cardine della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, la mancanza di processi consultivi, la nascita di un nuovo perverso “sistema assistenziale per soli rom”, l’assenza di strumenti abitativi alternativi così come la mancanza di finanziamenti certi.
«Le conseguenze? – si chiede Associazione 21 luglio. Nell’immediato la spesa di 1,5 milioni di euro per realizzare un nuovo “campo rom”. Il percorso è fondato sul principio del merito e non del bisogno per cui vedremo avviarsi un pericoloso processo di scrematura del quale beneficeranno non più di 1.500 rom. Gli altri 6.000 (quelli presenti negli insediamenti formali e informali) resteranno per strada con un evidente moltiplicarsi delle baraccopoli e del ciclo delle occupazioni».

«In realtà – continua Associazione 21 luglio – se il Comune di Roma intende adeguarsi a quanto previsto dall’Europa, così come promesso in campagna elettorale dalla sindaca Virginia Raggi, la Strategia Nazionale redatta dal Governo italiano e non da associazioni per i diritti umani, parla chiaro. Spetta ai Comuni – sostiene la Strategia – valutare un ampio spettro di opzioni abitative quali: edilizia sociale in abitazioni ordinarie pubbliche, sostegno all’acquisto di abitazioni ordinarie private, sostegno all’affitto di abitazioni ordinarie private, autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale, affitto di casolari e cascine di proprietà pubblica in disuso».

Napoli

Sotto la lente di ingrandimento c’è l’insediamento di Gianturco, la “Idomeni di Napoli”, con 1400 persone tra cui 400 bambini. Da un anno ci sono tensioni per l’imminente sgombero del sito che, con la nuova comunicazione dell’autorità giudiziaria, sarà previsto l’11 aprile.

Dopo mesi in cui i Rom hanno manifestato fin sotto la sede del Comune con il Comitato Abitanti di via Brecce per cercare una soluzione condivisa quello dello sgombero sembra l’unico orizzonte. Sulla violazione dei diritti umani è intervenuta anche Amnesty International.

Amnesty International è consapevole che le opzioni di alloggio descritte “non offrono alternative per tutte le persone che attualmente risiedono a Gianturco, anche sulla base della cifra più bassa stimata di 850 persone, fornita dalle autorità. Inoltre, l'offerta di un nuovo campo di segregazione come principale alternativa al reinsediamento per circa 200 degli abitanti è discriminatoria”.

La minaccia di sfratto imminente forzato e il piano a lungo termine per il trasferimento delle famiglie in un campo di segregazione mono-etnica si scontra con gli impegni assunti dall'Italia nella sua Strategia nazionale per l'inclusione delle comunità rom, sinti e camminanti, adottata nel 2012, e che impegna le autorità a porre fine alla segregazione dei rom nei campi; mettendo l'Italia in una posizione di violazione degli standard internazionali sui diritti umani e regionali, tra cui la Direttiva europea sull'uguaglianza razziale.

Alla vigilia dell’8 aprile la situazione in due delle tre principali città del Paese non cambia l’atteggiamento delle istituzioni che rischiano di essere agenti di situazioni emergenziali da cui si può accendere la miccia della xenofobia e del razzismo.

Redazione

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