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Domenica, 19 Agosto 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 19 Luglio 2018 - nelPaese.it

Nel 26esimo anniversario della strage di Via D’Amelio l’appello: “Lasciateci cominciare”. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino veniva ucciso a Palermo, insieme a cinque dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Fabio Li Mul.

A 26 anni dalla strage di Via D’Amelio un bene confiscato a Napoli (via Petrarca 50) porta il suo nome: si tratta del sull'unico bene confiscato in Italia dedicato a Paolo Borsellino e il primo caso di struttura sottratta alla criminalità gestita da Agende Rosse. C’è solo un piccolo particolare: il bene, dopo circa una anno dal contratto di assegnazione, è al palo, a causa di una serie di problemi strutturali, da perdite idriche, a situazioni ancora abusive da risanare per creare le condizioni “legali” perché l’associazione, insieme a una rete di partner pubblici e privati, affidataria possa prenderne realmente possesso. A spiegare una situazione molto complessa e i cui tempi di risoluzione sono ancora da capire, è Nunzio Sisto, presidente di ARCa, Agende Rosse Campania.

“Non è stato consumato un solo giorno di assegnazione”

“Abbiamo avuto assegnato il bene nel maggio 2017 ma le attività restano ferme a causa dell’inagibilità dei luoghi, sia della parte agricola che della parte edificata, all’interno del parco ‘La Gloriette’ – racconta Sisto - Ci sono ancora delle parti abusive o da risanare nell’area agricola di circa 10mila di cui siamo affidatari”. Le (lunghe) vie burocratiche sono state già tutte perseguite: “Per la complessità delle problematiche e l’incrocio di competenze sulla gestione del bene, abbiamo finora coinvolto oltre 20 uffici del Comune di Napoli, con cui, insieme alla cooperative L’Orsa Maggiore, affidataria di un’altra parte del bene ora operativa, collaboriamo. Non ci sentiamo abbandonati ma avviliti. Non è stato consumato neanche un solo giorno di assegnazione, non è mai partito l’orologio”.

Il danno più grave di tutti? “Quello di non poter partire con le attività, noi siamo pronti da un bel pezzo, ma siamo con le mani legate, insieme a tutti i professionisti di alto profilo, del pubblico e del privato, che sono con noi in questo progetto e lavorerebbero a costo zero. Insomma, la cosa peggiore è non essere ancora in grado di restituire questo bene alla sua comunità”.

Le attività negate riguardano disabili, anziani e ragazzi a rischio

Le principali attività che si dovrebbero svolgere sul bene dedicato alla memoria di Paolo Borsellino riguardano soprattutto ragazzi con disagio mentale, autistici e anziani con demenza senile. A loro sarebbero dedicate delle “attività di servizio”, con la creazione del primo centro di Pet therapy sul modello federiciano. Accanto a queste, ci sono le “attività a reddito”, rivolte prevalentemente ai neomaggiorenni che, usciti dalle comunità di accoglienza, si trovano soli, senza formazione, senza lavoro e senza una casa. Ai cosiddetti ex bambini difficili, per cui è quasi impossibile il rientro in famiglia perché hanno subito reati gravissimi oppure per la mancanza o la malattia dei genitori, che si trovano all’uscita da una struttura, doppiamente abbandonati, sarebbero dedicate attività di accoglienza e accompagnamento al lavoro (attraverso l’inserimento nelle attività agricole, sbocco possibile anche per la produzione) e all’autonomia abitativa.

La ricorrenza sul bene dedicato a Borsellino

Quest’anno in occasione della ricorrenza del 26° anniversario della strage di Via D’Amelio, il bene confiscato Paolo Borsellino (presso parco il Parco La Gloriette, Posillipo) apre dalle 16 alle 19, in contemporanea all’evento che si terrà, come di consueto, a Palermo per iniziativa del Movimento delle Agende Rosse fondato dal fratello del magistrato ucciso, Salvatore Borsellino.

Tra gli altri, interverranno Roberta Gaeta, assessore al Welfare del Comune di Napoli, e Giovanni Conzo, Procuratore Aggiunto. Alle 16.58 si rispetterà un minuto di silenzio per ricordare quegli attimi tragici in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque dei suoi agenti di scorta, e cambiò per sempre la storia del nostro Paese.

Maria Nocerino (da napolicittasolidale.it)

 

Pubblicato in Campania

Dopo il successo degli scorsi anni, torna il Festival itinerante e diffuso di Giffoni, giunto alla sua sesta edizione. Il Giffoni Street Fest 2018 si presenta con un programma sempre più organico: dalla Cittadella del Cinema, oltre 200 iniziative si ramificano in piazze, stradine e parcheggi dell’area urbana, che per l’occasione verranno trasformati in open space teatrali. L’edizione 2018 prevede più di 50 artisti, 10 party tematici, oltre 30 laboratori e spettacoli dalle 18 alle 24 di ogni giorno, dal 20 al 28 luglio.

A partire dal tema del Giffoni Film Festival 2018, “Aqua”, lo Street crea un percorso emozionale che coinvolge grandi e piccini attraverso linguaggi universali, spettacoli di visual commedy, nouveau cirque, spesso senza parola, proprio per sottolineare l’universalità del linguaggio mimico, corporeo e facciale.

Tra gli artisti che si avvicenderanno tra le strade di Giffoni, la Sonora Junior Sax, formata da ragazzi dai 9 ai 23 anni che comprende oltre 70 giovanissimi sassofonisti e un gruppo di giovani tutor, già concertisti esperti, che li guida e si integra con loro in un coinvolgente solo - tutti che spazia dai brani più ‘classici’ al repertorio popular, trattato con ironia e virtuosismo. Ospiti internazionali i Quetzalcoatl: dal Messico tre eccellenti percussionisti di origine Azteca, il loro spettacolo è un crescendo di ritmi tribali e acrobazie con il fuoco. Omaggio all’Oriente con la suggestione dei tamburi giapponesi della compagnia Kyoshindo, che produce i propri taiko (太鼓 - tamburo). In arrivo l’irresistibile comicità de La Supercasalinga e l'ironia del sosia ufficiale di Mister Bean, Arnaldo Mangini.

Sul tema del racconto, Oreste Castagna, storico volto di Rai Yoyo, interpreta Il Principe, il Gigante e l'Usignolo. Le più belle novelle di Oscar Wilde. La radio scende in strada con Armando Traverso e i pupazzi Lallo, Lella e DJ in Radio Kids - Speciale Big Bang. E ancora, le letture animate nate dalla prestigiosa collaborazione con la Mostra D’Illustrazione Internazionale per l’Infanzia di Sarmede, i Ferraiolo, la storica famiglia salernitana di burattinai che da generazioni intrattiene i piccoli spettatori di Giffoni e lo chapiteaux vintage di Blink Circus, un'installazione viaggiante unica al mondo! Tornano gli spettacoli itineranti con la street band Badabimbumband, i Morks, la Baracca dei Buffoni e la parata scenografica “In the Wonderland” della Compagnia Teatrale Accademia Creativa, impegnata anche nello spettacolo pirotecnico serale di apertura, “The tempest”. Ogni sera, il Giardino degli Aranci ospita spettacoli teatrali per ragazzi di compagnie provenienti da tutta Italia, musical e concerti.

Torna la Caracciolo Musical School di Maria Rosaria Caracciolo con il performer Graziano Galatone, protagonista di “Notre Dame de Paris”, in veste di regista dello spettacolo “Hollywood Wiz” e di giurato per audizioni aperte, assieme alla talent scout. Una festa nel vero senso della parola, con i party a tema curati dalla Nientedimeno Unconventional in piazza: Festa dei colori, Rainbow Party, Sweet Party, Hug Party e persino un Mistery Party tutto da scoprire! Al tema dell’edizione 2018 del Giffoni Film Festival sono ispirati i laboratori: sul riciclo quello a cura della Cooperativa sociale Fili D’Erba mentre l’Associazione I Colori del Mediterraneo insegnerà a grandi e piccini come ricavare e utilizzare colori direttamente dalle piante.

Importante la collaborazione territoriale con l’Anspi, Associazione Nazionale San Paolo Italia per un progetto ludico/formativo ispirato al tema dell’Acqua e della sostenibilità ambientale. La piazza principale di Giffoni sarà invasa dalle animazioni e dai giochi per famiglie di Ludobus Legnogiocando. Spazio all’arte con mostre alla Giffoni Multimedia Valley e, all’Antica Ramiera, AQUA alla fonte dell'ispirazione artistica, a cura dell’Associazione Angelo Azzurro. L’inaugurazione 2018 è affidata a un happening artistico di facepainting a cura di Weronique Art ispirato al tema “Aqua”. Ancora una volta, il Giffoni Street Fest vuole intrattenere, meravigliare e raccontare. Per un totale di 200 iniziative, un’ondata di divertimento per tutte le età invaderà Giffoni Valle Piana dal 20 al 28 luglio.

 

 

Pubblicato in Cultura

"In Nicaragua la situazione è preoccupante. Soprattutto nella regione occidentale, nella capitale Managua e a Masaya, la popolazione vive nel terrore e nell'incertezza. La gente cerca di uscire il meno possibile e nessuno viaggia più. A risentirne sono soprattutto le piccole attività: negozi e ristoranti hanno cominciato a chiudere, molti hanno perso il lavoro, si spende sempre meno". A parlare con l'agenzia 'Dire' e' Alberto Schiappapietra, responsabile Paese per l'ong italiana Gvc.

Alberto da vari anni coordina i progetti che l'organizzazione segue in Nicaragua, e che consistono nella lotta alle violenze di genere e in attivita' di sensibilizzazione e prevenzione rispetto al cambiamento climatico. Dal 18 aprile il Nicaragua e' scivolato in una spirale di violenze. L'approvazione di tagli alle pensioni ha fatto esplodere un dissenso che, come ricordano gli osservatori, covava da tempo: lo scorso anno, l'accordo con la Cina per la costruzione del canale di Nicaragua, con la prospettiva di espropri di terre ai campesinos e forti danni ambientali, aveva aperto una prima crepa.

Poi ci sono state la criminalizzazione dell'aborto e una legge sul femminicidio giudicata "blanda" dai difensori dei diritti umani. In un Paese dove la poverta' e' al 29,6% (stime della Banca mondiale), e in cui lo Stato non diffonde statistiche su sanita', educazione e altre questioni sociali dal 2012, e' facile intuire che la riforma delle pensioni proposta da Ortega ad aprile siano state "la goccia" che ha fatto traboccare il malcontento.

Anche la direttrice di Amnesty International per le Americhe Erika Guevara-Rosas denuncia la gravità della situazione: "Tre mesi dopo che la repressione di stato è iniziata in Nicaragua, circa 300 persone sono state uccise - la stragrande maggioranza dalla polizia o da gruppi armati filogovernativi. Il presidente Ortega ha ripetutamente mostrato che non si fermerà davanti a nulla per annientare tutti quelli che osano opporsi al suo governo e chiunque abbia la sfortuna di mettersi in mezzo, compresi bambini, studenti, madri delle vittime e membri del clero." 

"Negli ultimi giorni – aggiunge - gli attacchi diffusi contro la popolazione civile si sono intensificati e sono aumentati in termini di dimensioni e coordinamento, con aggressori che trasportano armi letali dispiegate in città come Masaya, diventate il simbolo della resistenza al regime spietato del presidente Ortega. Le autorità del Nicaragua devono immediatamente frenare le forze di sicurezza dello stato e smantellare i gruppi armati che agiscono palesemente con il loro sostegno". 

(Fonte: agenzia stampa Dire)

Pubblicato in Dal mondo

Con il continuo aumento del numero di migranti e rifugiati nell’isola di Lesbo in Grecia, la situazione nel campo di Moria sta precipitando nel caos, con scontri e disordini costanti, episodi di violenze sessuali e un peggioramento delle condizioni psicologiche delle migliaia di persone intrappolate nel campo.

Attualmente a Moria ci sono oltre 8.000 persone stipate in uno spazio per 3.000. Le condizioni di vita sono così dure che la loro salute fisica e mentale risulta pesantemente compromessa. Negli ultimi mesi, Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito ad un ulteriore aumento della violenza, ormai quotidiana, trattando vittime di violenze sessuali avvenute all'interno o nei dintorni del campo. Gran parte della tensione è causata dal sovraffollamento e dalla mancanza di condizioni di vita dignitose e umane. Nell'area principale del campo di Moria e Olive Grove c’è un servizio igienico funzionante ogni 72 persone, una doccia ogni 84. Numeri ben al di sotto degli standard umanitari raccomandati in situazioni di emergenza.

MSF è molto preoccupata perché l’insicurezza, le condizioni di vita inumane e il limbo in cui queste persone si trovano per mesi o anni, hanno un grave impatto sulle condizioni psicologiche delle persone. La clinica per la salute mentale di MSF a Mitilene segue solo i casi più gravi e al momento lavora al massimo della propria capacità. “Il motivo per cui le condizioni psicologiche peggiorano così drasticamente a Lesbo è che queste persone provengono da esperienze traumatiche, raggiungono l’Europa sperando di trovare sicurezza e dignità, ma incontrano esattamente il contrario, ancora violenza e ancora condizioni inumane” dichiara Giovanna Bonvini, responsabile delle attività di salute mentale MSF nella clinica di Mitilene.

“L’altro giorno un giovane uomo, vittima di violenza sessuale, è stato accompagnato alla nostra clinica da un amico nel pieno di un crollo psicotico. Presentava gravi disturbi da stress post-traumatico, aveva allucinazioni e flashback, sentiva rumori intorno a sé e non è riuscito a smettere di piangere nelle due ore di sessione con i nostri psicologi” aggiunge Bonvini di MSF. “Ha paura del buio e vive nel terrore di essere attaccato a Moria. All’inizio le équipe di MSF lo hanno curato con dei farmaci, ora dopo sessioni psicologiche intensive le sue condizioni sono stabili. Ma non farà molti progressi perché finché vivrà a Moria sarà bloccato in un ciclo di disperazione e angoscia.”

Ogni settimana MSF riceve da altre organizzazioni sul posto tra i 15-18 pazienti con problemi psicologici acuti, inclusi bambini, che hanno bisogno di assistenza. Ma è solo la punta dell'iceberg: sono ancora tante le persone che MSF non riesce ad assistere, essendo l'unico attore a fornire assistenza psicologica specializzata per una popolazione così ampia e vulnerabile. “La maggior parte di queste persone è appena arrivata a Lesbo. Soffrono di sintomi psicotici tra cui allucinazioni, agitazione, confusione, disorientamento e hanno forti spinte suicide o hanno già tentato il suicidio” afferma il dott. Alessandro Barberio, psichiatra di MSF presso la clinica di Mitilene.

Sono molto preoccupanti anche le condizioni dei bambini e dei minori non accompagnati, ri-traumatizzati dalla loro esperienza di vita a Moria, come è emerso durante le terapie di gruppo di MSF rivolte a più piccoli residenti del campo. “Nelle ultime quattro settimane abbiamo registrato un aumento del numero di minori affetti da intensi attacchi di panico, pensieri suicidi e tentativi di togliersi la vita. Le terribili condizioni di vita e le violenze quotidiane nel campo di Moria hanno un impatto fortemente negativo sulla tenuta psicologica dei nostri pazienti” aggiunge il dott. Barberio di MSF.

MSF chiede che le persone vulnerabili possano lasciare il campo di Moria in favore di sistemazioni sicure e continua a spingere perché il campo venga decongestionato. Inoltre, MSF insiste nel chiedere la fine delle politiche di contenimento e chiede alle autorità europee e nazionali di intensificare l'accesso alla salute e la sicurezza per le persone che si trovano nel campo. La nostra esperienza dimostra che le politiche di deterrenza dell’UE e della Turchia non sono efficaci perché le persone continueranno a fuggire dalla guerra e dalle violenze per sopravvivere. Intrappolare queste persone in condizioni terribili e insicure non fa che provocare ulteriori traumi a una popolazione già estremamente vulnerabile.

 

 

 

Pubblicato in Migrazioni

Questo articolo ha come argomento il senso di responsabilità nel la­voro di cura. Si tratta di un tema delicato e per certi aspetti un po’ scomodo ma certamente interessante che, se ci diamo la possibilità di pensarlo, può offrire spunti di riflessione e consapevolezza inaspettati. Cominciamo con alcune considerazioni.  Cosa significa la parola responsabilità? E soprattutto cosa significa questa parola all’interno di una relazione professionale d’aiuto? Di cosa sono o divento dunque responsabile nei confronti di qualcun altro?

Agli albori dell’antica Grecia, a svolgere la funzione di medicamento non erano sostanze ma persone. Prima ancora del pharmakon, il cui doppio significato greco è medicamento o veleno, esisteva il pharmakos, una per­sona in carne ed ossa. I pharmakoi erano esseri umani con un ruolo sal­vifico e taumaturgico e sebbene all’inizio godessero di notevoli privilegi, divenivano ad un certo punto i capri espiatori dell’intera comunità. Perciò, dopo aver passato un periodo di onori e riconoscimenti erano spogliati di tutto e portati in processione per le strade della polis. Ogni ateniese doveva avere la possibilità di colpirli per scaricare su di loro il proprio male interno. Al termine del rituale i poveri pharmakoi – ormai ridotti a conte­nitori esterni di tutta l’angoscia della comunità – erano condotti fuori dai confini della città, bruciati vivi e le loro ceneri disperse nel vento.

Pensando a questa storia greca, l’epilogo carbonizzato dei pharmakoi, evoca il noto termine moderno “burn-out” che come sappiamo, indi­ca la malattia da “bruciatura professionale” tipica delle attività tera­peutico-assistenziali e delle relazioni d’aiuto in senso lato. Coloro che svolgono un lavoro di cura, sia che sentano troppo la responsabilità fino ad assumere su di sé quella delle persone di cui si occupano, sia che non tengano conto di alcuni elementi tutelanti la relazione di cui loro stessi sono responsabili, rischiano la fine dei pharmakoi.

Responsabilità deriva dal termine latino respònsus, che significa impe­gnarsi a rispondere a qualcuno e a sé stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. L’argomento non viene qui trattato in termini giuridico-legali, ma fa riferimento ad un altro tipo di risposta, relativa al senso di responsabilità vissuto dal professionista nei confron­ti della persona di cui si prende cura. Questa visione ci porta inevita­bilmente in un territorio più personale e coinvolgente, perché in que­sto caso sentirsi responsabili non dipende tanto da leggi o regolamenti generali, quanto da rappresentazioni mentali e affetti personali spesso complessi. Obbedire a un codice etico, deontologico, di comportamen­to o in termini più generali a una “legge delle sanzioni”, non coincide ne­cessariamente col credere in quello che si fa e pur essendo socialmente utili non svolgono in sé una funzione responsabilizzante. È risaputo in­fatti che la capacità di una persona di esprimere dedizione, correttezza, onestà e senso di responsabilità non deriva dal fatto che questa sia obbligata da qualche codice normativo ad esprimere tali virtù.

Il senso di responsabilità è frutto di una maturazione emotiva

È stato Piaget a mostrarci come nel bambino questo aspetto si sviluppi da prime forme rudimentali nelle quali egli non è ancora in grado di va­lutare un’azione sulla base dell’intenzione che l’ha promossa, ma unica­mente sulle conseguenze che ha prodotto. Solo gradualmente approda ad una percezione interna per cui, il vissuto di colpa che arriva a sentire, non è più soltanto paura di una ritorsione o punizione che giunge dall’e­sterno, ma soprattutto uno stato interno di dispiacere che si configura come pensiero morale. Ad esempio, non si rubano i soldi dalla borsetta della mamma, non solo perché in questo modo si rischia un castigo, ma soprattutto perché rubare è di per sé sbagliato e non lo si deve fare.

Anche la psicoanalisi ha studiato i rapporti emotivamente significativi tra il senso di responsabilità e il vissuto della colpa. Escludendo quella patologica in connessione coi disturbi depressivi, esiste una colpa rite­nuta sana che fa riferimento ad una adeguata percezione di sé, dell’altro e delle relazioni interpersonali. È una colpa che possiamo definire ripar­tiva, che origina anch’essa oltre che dal timore di una punizione, prima di tutto dal dispiacere per il danno arrecato e dal desiderio di riparalo. Sentirsi responsabili significa perciò avere raggiunto una maturazione che ci fa appartenere al mondo delle persone considerate adulte.

Perché scegliamo di svolgere una professione di aiuto? Questa scel­ta ha radici emotive nella cosiddetta vocazione? È dunque la chiamata di una parte profonda di noi? Se vogliamo coraggiosamente e respon­sabilmente osservare gli eventi dal versante interno e soggettivo del professionista, dobbiamo riconoscere che quasi mai si arriva a questa scelta per contingenze fortuite, bensì per motivazioni sia consapevoli che inconsce. E queste ultime hanno una forza dinamica particolarmen­te intensa per cui, perfino i motivi della scelta professionale, rispondono a inclinazioni più o meno congeniali ai nostri bisogni.

Prendersi cura di qualcuno è un modo per prendersi cura delle nostre parti più fragili che, non a caso ritroviamo, riconosciamo o addirittura proiettiamo nelle persone di cui ci stiamo occupando. Aiutare gli altri diventa un po’ come aiutare sé stessi, perché in effetti nello svolge­re questo lavoro, c’è qualcosa che ci fa stare meglio, ci gratifica e ci soddisfa. Anche la nostra modalità di prenderci cura rispecchia mol­to spesso come noi stessi avremmo voluto che qualcuno, soprattutto nell’infanzia, si fosse preso cura di noi o di come le nostre parti deboli e ferite, fossero state curate. Per altri invece, dedicarsi al prossimo po­trebbe implicare la sensazione, probabilmente lontana nel tempo, di una sorta di dispiacere o manchevolezza di qualcosa o verso qualcuno, con la possibilità in questo modo di poterla riparare. Infine, il lavoro di cura permette di trasformare positivamente ed esprimere in modo costruttivo e altruistico le normali e innate spinte più aggressive della nostra personalità. Questi aspetti sono importanti perché ci apparten­gono e come tali vanno gestiti in modo consapevole; gli altri non sono oggetto come invece spesso accade, di soddisfazione ai nostri bisogni e desideri. Non si esclude nemmeno la possibilità che il ruolo di aiuto possa rivestire un’attrattiva non solo per la funzione di servizio e soste­gno alla persona, ma anche per la dinamica di potere sull’altro che può essere ad esso sottesa.

Certamente ci sono altre motivazioni, come il piacere di sentirsi dav­vero utili o la gioia che può dare un contatto umano emotivamente profondo e significativo, questo perché tra i bisogni primari dell’uo­mo rimane sempre quello del legame, della relazione e del prendersi cura della propria specie.

La responsabilità della nostra condotta comincia col fornire un quadro di riferimento chiaro e coerente

Svolgere un lavoro di cura all’interno di centri e strut­ture, ma anche di tipo educativo nelle scuole è come trovarsi in una giungla emotiva. Avere chiare regole di condotta che fungono da cornice al nostro lavo­ro, oltre ad essere aspetti fondanti la professione, permettono di mantenere un buon equilibrio tra le parti e una giusta distanza emotiva. Noi stessi, a tutti i livelli della gerarchia, siamo custodi e responsa­bili di questa cornice e delle sue regole le quali nella loro applicazione, rappresentano una sfida al nostro rigore, professionalità e capacità di contenimento.

Può succedere che diventiamo permissivi e conce­diamo il famoso “strappo alla regola”, perché uma­namente proviamo dispiacere per la condizione altrui, ma ciò comporta il rischio di non riuscire più a ge­stire le probabili ulteriori richieste e di aver creato un precedente. Forse attenerci a una regola, ci fa senti­re quelli “cattivi” o ritenuti tali e temiamo di non riu­scire a sopportare l’aggressività di persone ammalate o con deficit (e loro familiari) sulle quali in qualche modo si impongono delle regole, cioè dei limiti. Ma l’aggressività è una dimensione umana e anche una persona che soffre o che sta morendo ha sentimenti di ostilità perché è arrabbiata, perché pensa che noi siamo in salute e vivremo mentre lei morirà.

Così per un anziano che vive in struttura e ci vede rientrare a casa dopo il turno lavorativo, oppure per una perso­na diversamente abile che seppur dotata di qualità, riconosce le difficoltà della sua condizione rispetto la nostra. Certamente in una relazione di aiuto ci sono aspetti positivi e gratificanti ma non dimentichiamo l’altro lato della medaglia, e talvolta è necessario ac­cettare che queste persone possano arrabbiarsi con noi, anche per i più svariati motivi. Sappiamo però che sotto la rabbia ciò che si cela è il dolore.

Le regole se trasmesse e motivate in modo partecipa­to e accogliente oltre a generare rispetto e conside­razione al nostro lavoro, costituiscono un considere­vole fattore terapeutico perché forniscono un ritmo e questo è regolativo per l’ansia. I bambini che seguono le routine, gli anziani e le persone angosciate hanno bisogno di ritmo, perché il ritmo ci struttura e ci rego­larizza. In un ambiente organizzato le persone sanno cosa aspettarsi e i limiti tranquillizzano e contengono le parti emotive in causa, oltre a creare comuni esperien­ze quotidiane. Un operare fatto di chiarezza nei con­tenuti e nelle finalità, di coerenza negli accordi presi, diventa un contenitore sia concreto che simbolico nel quale predisporre il nostro intervento, rappresentante non solo di un’organizzazione e un ordine formale ma anche di un assetto mentale di chi ci lavora.

La relazione di cura professionale non è un rapporto di tipo amicale e si ritiene appropriato utilizzare il pro­nome personale “lei” per rivolgersi a chiunque abbia raggiunto la maggiore età. Certamente l’utilizzo del “tu” può risultare cosa gradita, spesso viene anche richie­sto, ma comporta dei rischi. Può succedere che da una iniziale confidenza ci ritroviamo coinvolti in un rappor­to che diventa per noi complesso da gestire, perden­do la possibilità di sentirci liberi nello svolgere il nostro compito. È possibile dare del “lei” anche in modo calo­roso e partecipato, tenendoci caro quel margine che ci permette di gestire la relazione nel modo più adegua­to e funzionale possibile. Astenersi dai giudizi, essere neutrali ed equidistanti relativamente a tutte le parti in causa e riservati rispetto alla vita privata non sono da intendersi come atteggiamenti di non partecipa­zione, ma espressioni dell’opportuna riservatezza di sé, nel fare spazio all’altro.

La relazione di cura è un rapporto di tipo asimmetrico

Questa prospettiva relazionale mette le persone su piani diversi, in ruoli distinti e non confondibili in quanto, l’asimmetria della posizione curante/cura­to è un fatto strutturale in questo tipo di rapporto, così come i livelli di responsabilità non sono compa­rabili. L’asimmetria però non è un legame di potere che ne costituisce l’aspetto perverso, ma una cono­scenza usata al servizio della comprensione e del­la crescita. È la capacità di inchinarsi sull’altro, di avvicinare il dolore con pazienza, coraggio e tatto per non infliggere ulteriori ferite a chi ha già una pelle psichica ferita ed estremamente vulnerabile. Ci posiziona inoltre ad una certa distanza, indispen­sabile per una visione d’insieme che diversamente non sarebbe possibile.

La responsabilità di riconoscere i propri limiti

Se concepiamo la funzione di aiuto fondata sul ri­spondere in modo sano cioè veritiero alle aspettati­ve, desideri e bisogni che utenti e familiari esprimo­no in forma spesso irrealistica, riusciamo compren­dere questa affermazione. Non possiamo essere responsabili di tutto e la nostra reale efficacia sta nel riconoscere i limiti del nostro agire e del nostro sapere. Innanzitutto perché le persone di cui ci occupiamo rimangono responsabili di come hanno fronteggiato le situa­zioni traumatiche della loro vita e di come stanno continuando a farlo nel modo che ritengono più opportuno, ma anche perché questo modo onesto di porsi, aiuta l’altro a elaborare ed accettare a sua volta i limiti della propria condizione, aprendo di conseguenza uno spazio, per gestire in modo più creativo e realistico la propria situazione. Se toglia­mo coloro di cui ci occupiamo da una posizione passiva e infantile di persona meramente assisti­ta da noi così detti “esperti”, ci rendiamo conto che loro stessi hanno le idee molto più chiare sul dramma che stanno vivendo e sulle risorse a loro disposizione.

L’enfasi sulla natura relazionale della professione di aiuto ha contribuito a una considerazione più onesta e profonda sul vissuto emotivo del profes­sionista; per questo la responsabilità l’abbiamo anche sull’impegno a una riflessione, un dialogo ininterrotto su ciò che siamo e sui modi e valori che orientano il nostro agire. E proprio perché l’esito della nostra condotta scaturisce da una compren­sione di noi e del nostro operare, il contributo del professionista ha inizio sempre dalla qualità della sua presenza. Siamo uno strumento e lavorando con la nostra soggettività, abbiamo prima di tutto la responsabilità di un uso corretto di noi nella re­lazione e di una giusta manutenzione al di fuori di essa, nell’impegno per esempio in attività di lettu­ra, formazione e supervisione.

L’accoglienza, il rispetto per le fragilità e il dolo­re legato alla percezione di un mondo andato in frantumi, sono fondamentali per ottenere fiducia e costruire una relazione. È incredibile riconoscere fino a che punto il lavoro di aiuto possa implicare livelli primitivi di sofferenza, di cui probabilmente nessuno ci aveva avvertito quando abbiamo scelto di intraprendere questa professione. Però è altret­tanto vero che questi vissuti se riconosciuti, accolti e integrati sono potenzialmente di enorme valore conoscitivo altrui e maturativo di sé. L’onere del professionista è quello di una tenuta salda, soprattutto nei momenti duri e penosi, così come di saper reggere l’incertezza, l’ignoto e le possibili incomprensioni nell’approcciarsi ad una esistenza che ha perso l’orientamento. L’impegno è di sostenere comunque il divenire dell’altro, nel rispetto di ciò che può essere tollerato e compre­so relativamente i diversi livelli maturativi implicati. Anche l’uso di un linguaggio semplice e corretto, che non si faccia scudo di termini o concettualizza­zioni che intimidiscono e distanziano, favorisce la permeabilità di ciascuno.

Ma la misura della nostra parte accanto all’altro, in apparenza così facile a immaginarsi, è in realtà un delicato equilibrio fra astensione e intrusività. L’altro potrà affidarsi alla nostra cura solo quando avrà sperimentato la fiducia di una relazione che non sia coercitiva e alienante, una possibilità che nasce solo dal sentirsi capiti e accettati per come si è e per le proprie ragioni. In ciascuno di noi al­berga il bisogno di essere capito in qualcosa di profondo, nascosto, minuscolo ed essenziale, una necessità che ha a che fare con il sentimento stesso di esistenza. Ci sono realtà difficili che lasciano poco spazio alla speranza di un cambiamento, ma il tentativo è quello di recuperare una vivibilità della situa­zione di sofferenza e tenere viva una condizione esistenziale che vada oltre la mera sopravvivenza. Per fare questo è necessario mettersi in uno sta­to di ascolto, sia interno che esterno; ma tutto ciò non è immediato, serve molto allenamento perché all’interiorità non viene dato spazio né possibilità. Sembra mancare un vocabolario per il sentire, per la tridimensionalità del dentro, della profondità.

Oggi, il senso di responsabilità, sia individuale che collettivo, pare liquefarsi in uno scenario sociale che – sia implicitamente a volte esplicitamente – incoraggia l’evitare, il negare, il minimizzare e il delegare a vari livelli; l’irresponsabilità dilagante ha ormai la cadenza della normalità di massa. Anche relativamente all’accettazione di regole comuni e uguali per tutti in teoria siamo tutti d’accordo; ma quando queste ci toccano personalmente, le nostre aspettative sono sempre quelle di un trattamento personalizzato, che tenga conto dei nostri desideri e delle nostre necessità, come - sotto sotto - erava­mo abituati con i nostri genitori.

L’invito invece resta quello di adottare una di­mensione etica e coerente, di lavorare muoven­dosi secondo un’azione responsabile, rendendo più solido il nostro senso di responsabilità senza farlo diventare rigido, ricordando infine quanto segue: “Qualunque cosa noi facciamo dobbiamo poterla raccontare a un nostro collega o superiore; se facciamo qualcosa che sappiamo non potremmo raccontare a nessuno, è il momento di iniziare a preoccuparsi.”

Bibliografia

Bolognini, S. Lo zen e l’arte di non sapere cosa dire, Torino, Bollati Boringhieri, 2010

Cremerius, J. Attraverso che cosa agisce la psicoterapia, in “Quaderni ASP”, 1990, n. 1.

Erba, S. e Galli, P.F. La supervisione analitica: lo stato dell’arte, in “Ruolo Terapeutico”, 2007, n. 106

Federici, D., Rizzi, F., e Tomaselli, L. Senso di responsabilità e relazione psicoterapeutica, Firenze, Clinamen 2008

Meneguz, G. Etica e deontologia in psicoterapia, Roma, relazione al XI Congresso Nazionale SOPSI - 2006

Meneguz, G. Psicoanalisi ed etica. Appunti di critica storico-sociale, Torino, Bollati Boringhieri 2005

Nissim Momigliano, L., Robutti, A. (a cura di), L’esperienza condivisa. Saggi sulla relazione psicoanalitica, Cortina 1992.

Piaget, J. Il giudizio morale nel fanciullo, Firenze, Giunti Barbera 1993

 

(Da "I viaggi di Gulliver", periodico della coop sociale Gulliver di Modena)

Pubblicato in Lavoro

Il Judo viene spesso rappresentato come una piramide o come un monte che pre­vede che si parta da cose semplici per arrivare a cose difficili, o molto difficili. Il judo propone una didattica integrale e progressiva, ponendosi come sfida quella di amalgamare i tempi di crescita di ognuno.

Questa disciplina non sprona i suoi atleti a battere un record o a mostrare una forza sovrumana, ma insegna a stare di fronte all’avversario con rispetto, guardandolo negli occhi e inchinandosi a lui a fine incontro. L’idea iniziale di Jigoro Kano era di sfruttare le potenzialità delle antiche forme di combattimento giapponesi, in particolare del Judizu, prenden­done le parti migliori e rendendolo meno pericoloso. I due principi ispiratori sono stati: 1) il miglior impiego dell’energia 2) amicizia e mutua prosperità. L’idea era   quella di creare degli uomini migliori che potessero rendere migliore la società in cui vivevano. Il contatto fisico, che sta al centro della pratica del judo, viene spesso temuto e allontanato nella società formale e sempre più anche in quella informale.

Insegnanti, educatori e tutti coloro che hanno scelto di occuparsi della crescita dei giovani come professione possono trarre importanti lezioni dalla cultura sportiva e judoistica, in questo caso, in cui la relazione con l’altro avviene usando il linguaggio del corpo e, nonostante non vi siano comunicazioni verbali, s’impara a conoscere l’altro, a stargli accanto, a sfidarlo con rispetto, a toccarlo anche, recuperando al­cune qualità umane che al giorno d’oggi si fatica a vedere.

Daniele Guerra, cintura nera 5^dan inizia nel 1968 a fare Judo quando aveva 13 anni. Con la pratica che lo ha sempre appassionato, ha deciso di dedicarsi all’inse­gnamento scegliendo anche degli studi curriculari che gli permettessero di diven­tare e di essere, ancora tutt’ora, docente di Scienze Motorie. Il maestro Guerra ha iniziato a praticare Judo nella Chiesa di San Faustino a Modena, su un tatami fatto di truccioli di legno pressati. Dopo qualche anno ha iniziato a insegnare nella sede in via Emilia Est a Modena per poi arrivare ad aprire la società “Geesink Due” a Spilamberto nel 1977. Inizialmente l’attività proposta era solo quella del Judo poi, con il cambio di sede, si sono inserite altre discipline come Yoga, Karatè, Konfu, Ae­robica, Pallavolo ecc.. Dal 2000 ad adesso la Geesink Due si trova nella sede sopra la biblioteca comunale di Spilamberto e si dedica nuovamente solo al Judo, come al suo esordio.

Vi sono state molte e interessanti collaborazioni portate avanti negli anni: attività motoria nella scuola elementare, collaborazione coi centri estivi del territorio, partecipazione agli eventi circostanti e, non meno importante, l’orga­nizzazione di 21 stage con il maestro Katanishi, collaborazione che dura ormai da 10 anni. Katanishi è il migliore esponente tecnico che vi sia in Europa oggi che collabora con diverse federazioni nel mondo, dal Canada alla Russia per intenderci.

Al maestro Guerra è stato chiesto di seguire nella disciplina del Judo tre ragazzi utenti della comunità semi residenziale Tana Per Tutti di Sassuolo che si prefigge il com­pito di accompagnare i minori, per il periodo concordato con la committenza, in un percorso di crescita individuale verso traguardi di autonomia, responsabilizzazione e maturazione delle competenze relazionali. La proposta è stata accettata dal mae­stro Guerra anche in funzione di altre esperienze fatte in palestra con ragazzi molto problematici. Si è deciso di inserire i ragazzi in un piccolo gruppo di atleti per poterli seguire con maggiore attenzione, cercando di fare leva sulla socializzazione e sul rispetto delle regole. I ragazzi che lavorano con loro hanno accettato di buon grado la loro presenza e si rendono disponibili ad ogni lezione di aiutarli per farli crescere.

I valori educativi del judo sono molteplici e con questo progetto ci si è voluti soffermare maggiormente su rispetto delle regole, collaborazione con gli altri, impegno personale, attenzione e concentrazione. Da un punto vista motorio lo studio della tecnica permette un miglioramento su vari fronti: dalla coordina­zione all’equilibrio, dalla tonificazione muscolare al controllo del proprio corpo Ciò che ha spinto maggiormente il maestro a collaborare con Tana per Tutti è sta­to il suo credere fermamente che il Judo possa aiutare, così come indicato dal suo fondatore, a far crescere umanamente e fisicamente chi lo pratica. Numerose esperienze in Italia e all’estero con tutti i tipi di disabilità e anche di disagio sociale hanno dato ampie dimostrazioni di questo.

Inizialmente i ragazzi di Tana erano poco abituati a un lavoro di 90 minuti e tende­vano spesso a fermarsi. Col passare delle lezioni le soste sono diminuite moltissimo e, crescendo parzialmente lo spirito competitivo sano, sono spesso arrivati fino in fondo all’allenamento senza fermarsi. Movimenti che inizialmente sembravano impossibili, sono diventati lentamente parte del loro patrimonio motorio a partire dalle “cadute”, strumento indispensabile per poter praticare il Judo senza procu­rarsi danni fisici. La parte della lotta a terra è quella che è apparentemente più facile perché non necessita di un equilibrio statico o dinamico, motivo per cui ha maggior­mente suscitato l’interesse dei ragazzi.

La parte delle tecniche in piedi in movimen­to è risultata più difficile (cosa per altro comune a tutti) per la mancanza di alcuni requisiti motori di base. Da un punto di vista comportamentale, dopo alcuni richia­mi relativi al rispetto delle regole, all’uso del linguaggio, al comportamento nei con­fronti degli altri, i miglioramenti sono stati evidenti, anche se non ancora definitivi. Un momento molto emozionante è stata la consegna del Judogi ai ragazzi: questo era un momento molto atteso dai ragazzi e indossando lo stesso abito degli altri praticanti del Judo li ha fatti sentire ancora più appartenenti al gruppo mostrando anche un netto miglioramento sull’andamento dell’attività. Anche all’interno della comunità, da quando hanno iniziato a frequentare le lezioni di Judo, i cambiamenti dei ragazzi sono stati evidenti, anche se non permanenti: il gruppo è risultato più coeso, è nata un’amicizia coltivata anche al di fuori della comunità grazie anche alla partecipazione delle famiglie, si è notato un miglioramento nel provare a cercare di rispettare le regole, una maggiore igiene del proprio corpo e cura dei propri abiti.

Questo progetto si concluderà con la fine delle scuole e sono state inserite in pro­gramma una lezione dimostrativa davanti a educatori, assistenti sociali e alle perso­ne care che i ragazzi potranno invitare e una cena di saluto con il gruppo di lavoro. La lezione dimostrativa al termine del percorso sarà comunque una grande prova per i ragazzi, sempre più immersi in un contesto di vita dove certamente è più semplice esporsi a realtà virtuali piuttosto che reali.

Questo breve racconto evidenzia il valore educativo dello sport che si trova sem­pre più immerso in una società che spinge più a un miglioramento tecnologico piuttosto che motorio. Studi dimostrano una regressione dell’intelligenza motoria che è peggiorativa con il passare del tempo. Tutto questo sicuramente è dovuto anche alla diminuzione dell’autonomia dell’uso dello spazio del territorio, alle an­sie e alle paure dei genitori, ai pochi stimoli che ricevono i giovani in questo senso.

 (Da "I viaggi di Gulliver",periodico della coop sociale Gulliver di Modena)

 

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