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Martedì, 16 Ottobre 2018

Foto: il parco del Navile a Bologna dove oggi viene ospitato Malek Foto: il parco del Navile a Bologna dove oggi viene ospitato Malek

LA STORIA: MALEK E IL SOGNO INFRANTO DELLA RIVOLUZIONE IN LIBIA In primo piano

Scritto da  Redazione Lug 26, 2018

Chi è Malek? Una storia che viene presentata dalla rivista Scoop della cooperativa sociale Cadiai che pubblichiamo in anteprima sul nostro giornale.

“Malek è un ragazzo giovane - Gianluca Laudicina, psicologo - che ha visto interrompersi, giovanissimo, il sogno di conquistare il mondo con le proprie mani. Da cinque anni, a causa di un incidente di guerra, in seguito al rovesciamento del potere in Libia, è rimasto paralizzato dal collo in giù perfino con il bisogno di essere legato ad una macchina peri una ventilazione artificiale. E’ stato inserito nella struttura Parco del Navile gestita dalla cooperativa sociale Cadiai ad aprile scorso e, come  è nostra prassi e stile, ci siamo occupati di lui, così come ci occupiamo delle persone qui residenti, cercando di personalizzare il più possibile l'intervento di cura, quindi è sempre nostro interesse far funzionare quel che ancora funziona e, nel caso di Malek, la testa è ancora ben funzionante, nonostante le batoste ricevute. Proprio perché il piglio sul mondo non passa unicamente attraverso le proprie mani, per lui ed assieme a lui, ci siamo interessati per inserirlo in un progetto di “Ri-avviamento” alla vita ipotizzando una sorta di “telelavoro” in traduzioni per sondare le capacità reali residue e le motivazioni ad un impegno costante nel tempo. Inoltre per sostenerlo e stimolarlo gli è stato proposto di partecipare all’attività educativa, a cura di Fabio, un educatore, di stesura articoli per la rivista di Cadiai, “Scoop” e lui ha accettato rendendoci partecipi del suo racconto autobiografico.

Mi chiamo Malek

Mi chiamo Malek Najmeddin Rayes, sono nato in Libia 27 anni fa e questa è la mia storia. Ero un ragazzo come tanti altri, con le mie aspettative, i miei sogni ed il desiderio di realizzare quello che volevo nella mia vita; dopo avere passato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza a Tripoli decisi, a 20 anni, di trasferirmi a Londra per studiare Economia e costruirmi un futuro in questa città che amo profondamente.

Tutto andava per il verso giusto, ma, dopo 8 mesi di permanenza in Inghilterra, accadde in Libia una cosa che mai avrei potuto immaginare: la Rivoluzione contro il regime del Dittatore Gheddafi!. A quel punto, spinto dallo spirito patriottico e dal voler difendere la mia famiglia rimasta a Tripoli, tornai in Libia dove la Rivoluzione era appena iniziata. Tutto era cambiato...persino l'aria!. C'è chi stava ancora dalla parte di Gheddafi e chi no ed addirittura, all'interno della stessa famiglia, era venuta meno la fiducia gli uni negli altri. Ho visto fratelli che non si fidavano più reciprocamente,ma in tutti la sensazione più grande era lei: la paura! Personalmente ne avevo tanta anch'io, ma non quella di dire pubblicamente a mio padre ed a tutti i miei amici che ero contro il Tiranno.

I miei amici la pensavano alla stessa maniera, ma ognuno fece la propria scelta; chi come me, rimase in Libia per poter fare qualcosa di concreto o, semplicemente, per rimanere in casa e chi preferì la fuga, scappando in Tunisia. I miei tre fratelli decisero di andarsene, portando con loro anche mia mamma; mai avrebbe voluto lasciare la sua terra, ma la violenta repressione fatta da Gheddafi nei confronti dei ribelli consisteva anche nell'aver pagato gente senza scrupoli proveniente da vari Paesi africani (soprattutto il Ciad) che era solita violentare ed uccidere le donne. Di conseguenza mia mamma correva un serio pericolo e la soluzione migliore era quella di partire. Successivamente tutta la componente femminile della mia famiglia emigrò in Tunisia mentre io, assieme a mio padre, a mio zio, ai miei cugini ed ai miei amici restammo con un unico obbiettivo: formare un gruppo armato a sostegno della Rivoluzione!.

Bisognava difendere il quartiere dai soldati di Gheddafi che, di lì a poco, sarebbero arrivati; e così fu!. Per fortuna nessuno di noi rimase ucciso nei vari conflitti a fuoco. Mio padre era il Leader del Gruppo, ma un ruolo fondamentale lo ebbe anche mio zio; prima della Rivoluzione apparteneva ai Servizi Segreti di Gheddafi. Grazie alle sue conoscenze ed alla sua esperienza allacciò importanti contatti con la NATO con la quale collaborò, indicando i depositi segreti dove Gheddafi teneva armi, depositi che poi gli aerei della Coalizione avrebbero dovuto bombardare.

Mio padre e mio zio fornirono, inoltre, preziose informazioni ad altri gruppi ribelli per poter entrare a Tripoli.

Dopo 6 mesi di furiosi combattimenti, Tripoli fu liberata e Gheddafi fu costretto a fuggire. Quello fu il momento più bello ed emozionante. La gente scese nelle strade: uomini, donne, anziani e bambini festeggiavano e ballavano per tutta la città. Mai avevo visto i miei concittadini così felici. Mi ricordo che gli anziani ci venivano incontro, ringraziandoci per quello che avevamo fatto e che avrebbero voluto fare loro tanti anni prima. Baci, abbracci e tante lacrime di gioia, emozioni indescrivibili e che provai anche quando vidi mia mamma ritornare dalla Tunisia. Finita l'esultanza, assieme a mio padre ed al nostro gruppo che si era ingrandito con il passare del tempo decidemmo di rimanere in città mentre altre persone, fra cui alcuni miei amici preferirono abbandonare Tripoli per dare la caccia al Tiranno in fuga.

Dato che a Tripoli c'erano ancora soldati fedeli a Gheddafi che scendevano nelle strade per uccidere chiunque gli capitasse a tiro e per fare attentati, il Governo, appena insediatosi, chiese a noi giovani di proteggere le case e le strade. La vita, però, mi aveva riservato un destino diverso ed arrivò il giorno in cui tutto cambiò. Era il 28 Giugno del 2012; assieme al gruppo stavo guardando in TV la Semifinale degli Europei di Calcio Italia-Germania. Purtroppo non ho ricordi nitidi di quello che è successo, ma, grazie alla memoria di chi mi è stato vicino, sono in grado di raccontarvi ciò che accadde quella maledetta sera.

All'improvviso sentii una voce che mi chiamava. Mi girai e dal Kalashnikov della persona che mi aveva chiamato partì, accidentalmente, un colpo!. Il proiettile entrò sotto il mio occhio sinistro, per poi fuoriuscire, avendo, nel frattempo, toccato e leso in maniera irreparabile la prima e la seconda vertebra cervicale. Caddi a terra privo di conoscenza; i soccorsi furono immediati e fui trasportato in Ospedale. Ironia della sorte fu che quel giorno si sposasse anche una mia cugina e mio padre era andato al suo matrimonio assieme alla mamma. Fu subito avvisato di ciò che mi era accaduto, ma non disse nulla agli altri per non rovinare il matrimonio e gettare nello sconforto mia madre.

All'Ospedale ero entrato in coma ed i Medici non nutrivano alcuna speranza. A quel punto mio padre andò a prendere mia mamma, le disse la verità e le chiese di venire in Ospedale perché poteva essere l'ultima volta che mi vedeva da vivo. I Rayes, però, sono dei combattenti e la mia famiglia non volle arrendersi alla situazione!. In Libia non c'era la possibilità di curarmi ed allora si pensò di trasportarmi a Vienna dove risiedeva e lavorava, come Medico, una mia cugina che mi avrebbe fatto ricoverare in uno dei migliori Ospedali specializzati. Mio zio trovò un'aeroambulanza italiana che avrebbe dovuto portarmi fino alla Capitale austriaca. Tutto era pronto per la partenza, ma un altro problema complicò la cosa.

Il respiratore che all'Ospedale di Tripoli mi avevano dato era già stato usato da precedenti pazienti e non era stato pulito bene; di conseguenza ben 3 tipi di batteri differenti mi entrarono nel polmone, riducendo le già pochissime speranze che avevo di sopravvivere. Il tempo, però, era poco e si decise di partire lo stesso con un nuovo respiratore fornito dall'Aeroambulanza ed i miei "amici" batteri ancora nel polmone. Arrivai a Vienna, sempre in stato d'incoscienza. La prima cosa che successe fu questa...da brividi!. Il Dottore entrò, mi si avvicinò...guardò l'Infermiera e le chiese: "Il paziente che devo visitare dov'è?".

L'Infermiera rispose, indicandomi e dicendo che ero io il paziente. "Questo non è un paziente - rispose il Medico - questo è un cadavere!. Mettiamolo in Terapia Intensiva tanto domani riporteranno il suo corpo in Libia". I miei cugini che abitavano a Vienna erano tutti in Sala d'Aspetto. Il Dottore li invitò ad entrare per salutarmi per l'ultima volta: insomma...la stessa storia di Tripoli!. La prima ad entrare fu la mia cugina Dottoressa, la quale, tra le lacrime, cominciò a pregare intensamente. Uscita lei fu la volta di mio cugino il quale avrebbe preferito non vedermi e ricordarmi così com'ero prima, ma fu convinto da sua moglie che era lì accanto a lui. Mio cugino entrò...mi vide e subito mi prese la mano chiamandomi per nome: "Malek!". Non so se siano state le preghiere di mia cugina... non so nemmeno se si può parlare di Miracolo, ma nel sentire il mio nome aprii gli occhi! Piena di gioia la coppia chiamò subito i Dottori che, increduli, cominciarono a parlarmi. Io riuscivo solo a muovere l'occhio destro ed un po' le labbra. L'unica cosa che ricordo ancora oggi è la domanda che mi fece il Medico: "Malek vuoi vivere o morire?. Se vuoi vivere stringi l'occhio destro". Io lo strinsi.

Da quell'istante la mia vita non fu più la stessa di prima,ma anche se in maniera diversa, la vita,cari amici, vale sempre la pena di essere vissuta.

 

 

 

L'ultima modifica Giovedì, 26 Luglio 2018 16:53
Redazione

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